Lettere

L’Italia affronta la grave crisi economica e sociale

Risponde Renzo Romano:

Ho letto una statistica secondo la quale l’età media della nostra classe dirigente nel settore pubblico è la più vecchia d’Europa: politici e manager sfiorano i sessant’anni.
Penso che questo primato non aiuti l’Italia a tentare una già difficile risalita.
Anna Berini

Cara lettrice,
i dati di cui lei scrive sono quelli emersi da una ricerca da parte della Coldiretti.
Secondo tale ricerca la classe dirigente italiana con i suoi 59 anni di età media è la più anziana d’Europa. Nella classifica della longevità  banchieri e vescovi primeggiano dall’alto dei loro 67 anni, seguiti dai 64enni rappresentanti del governo, dai 63enni professori universitari e infine dai 53enni dirigenti delle aziende quotate in borsa.
La “fotografia” del Paese non profuma certamente di gioventù. Di giovani ci sono solo labili tracce.
Legittimo affiora il dubbio che una delle cause della difficile situazione sociale ed economica sia la quasi totale assenza di giovani nell’attuale classe dirigente.
Addebitare in toto all’età anagrafica la colpa di tutti i mali non mi sembra corretto. La statistica è scienza dell’incerto che trae le sue conclusioni da complessi algoritmi che tengono solo ed esclusivamente conto dei numeri.
Pertanto esprimere giudizi sul comportamento della classe dirigente solo in funzione dell’età mi sembra fuorviante e inaccettabile. Tutti noi abbiamo esperienza di “anziani” efficienti e iperattivi e  di “giovani” appiattiti, indolenti e rassegnati. L’intelligenza e la competenza non hanno età. La vera impresa è togliere dai posti che contano non i più vecchi, ma gli incapaci.
C’è anche un aspetto tecnico della questione di cui è bene tenere conto. L’invasione inarrestabile delle nuove tecnologie sta modificando profondamente il modo di affrontare e risolvere problemi di grande complessità. La facilità e la dimestichezza con cui i giovani manipolano le nuove tecnologie è sconosciuta ai più anziani per evidenti motivi anagrafici di non convivenza e abitudine al loro uso.
Il sempre più massiccio utilizzo di tali straordinarie tecnologie con le relative conseguenze economiche e sociali impone particolare attenzione a questo tema.
Grazie a esse perfino il “mostro” della burocrazia potrebbe essere almeno snellito o almeno fortemente ridimensionato.
Situazione emblematica in proposito è quella della scuola. In Italia il 57,8 per cento degli insegnanti delle scuole superiori ha più di cinquant’anni. Si prevede che nel 2015 solo l’1,7% dei docenti avrà un’età inferiore ai 35 anni mentre uno su dieci avrà più di 60 anni. Sono queste le conseguenze della politica scolastica di questi anni relativamente all’innalzamento dell’età pensionabile e al blocco delle assunzioni a seguito dei tagli nel settore.
L’inevitabile evoluzione delle modalità di insegnamento e apprendimento dovuta alle nuove tecnologie registra inevitabili intoppi e squilibri anche per qualche atteggiamento a volte di diffidenza, con cui i “vecchi” professori accolgono tali novità. Il contributo dei professori “giovani” con il loro bagaglio di nuove conoscenze e abilità opportunamente guidato e disciplinato, gioverebbe anche ai docenti più attempati che, grazie alla loro preziosa esperienza, ne valorizzerebbero la potenzialità, ma soprattutto gioverebbe alla preparazione e formazione dei discenti.
È assolutamente necessario che i “giovani” abbiano la possibilità di dare il loro importantissimo contributo di entusiasmo, vitalità e novità, oltre che di conoscenze e abilità. Invece così non è. I posti di responsabilità decisionale e di potere sono custoditi in roccaforti inespugnabili. Burocrazia, inefficienza, assurdi privilegi, impunità, vengono difesi a oltranza dagli “attacchi” di giovani “disarmati” e sfiduciati.
È necessario scardinare questi meccanismi perversi e favorire con leggi e disposizioni trasparenti il ricambio generazionale. La parola magica, troppe volte pronunciata a sproposito, è “merito”.
L’accesso ai posti dirigenziali deve avvenire solo ed esclusivamente per merito. È scontata la condivisione di questo assunto da parte di tutti, salvo poi dimenticarsene bellamente nei momenti in cui tale principio va applicato.
Vale per tutti, giovani e meno giovani. Io appartengo alla categoria dei meno giovani, forse dei “vecchi”. Però, anzi proprio per questo, cara lettrice, condivido totalmente quel “Largo ai giovani” da lei auspicato.

 

19 maggio 2012

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