I personaggi del Corriere

L’italiano è ammalato, queste le medicine

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Tutti i guai del nostro idioma
Il docente Abele Dell’Orto: «Scrivere, leggere, parlare sono le funzioni produttive per usare bene la lingua»

In principio fu Nanni Moretti, alias Michele. In “Palombella rossa” si arrabbia e urla a una petulante reporter: “Come parla! Come parla! Le parole sono importanti!”. Cinema a parte, le statistiche dicono che la lingua italiana sta poco bene. Prova ne sia che diverse università del Belpaese organizzano corsi del nostro idioma, orale e scritto, per “alfabetizzare” studenti e laureandi sempre più propensi agli strafalcioni. Anche per questo motivo il ministero degli Esteri e l’Accademia della

Crusca hanno inventato, già dal 2001, la “Settimana della Lingua Italiana nel mondo”, che coincide sempre con la terza di ottobre. Il tema è stato affrontato nei giorni scorsi anche in un convegno organizzato dall’Università degli Studi dell’Insubria.
Della questione parliamo con il comasco Abele Dell’Orto, classe 1936, docente per trentacinque anni, prima di Lettere al ginnasio, poi di Latino e Greco al liceo “Alessandro Volta”, di cui è stato anche vicepreside. La sua esperienza di insegnante lo ha portato inizialmente a Lecce e a Fidenza e proprio le lezioni tenute in Puglia gli hanno recentemente procurato una gradita sorpresa. Un suo ex alunno ha ripreso i contatti con lui: è Fabio Rugge, storico accademico e nuovo rettore dell’ateneo di Pavia.
Abele Dell’Orto svolge tuttora un’intensa attività di volontariato su più fronti. Ormai da un decennio tiene incontri sui Nobel della Letteratura, trattati cronologicamente a partire dal meno recente, all’Università della Terza Età di Como.
Da docente usava leggere agli studenti novelle di Pirandello e di Buzzati, come regalo a ridosso di festività o della fine dell’anno scolastico.
Pur schivo, ha accettato di rispondere alle domande che seguono.
Si è appena svolta la settimana della lingua italiana nel mondo e in Italia: a che punto siamo secondo lei, il nostro idioma è malato grave?
«Ritengo di no. Ha una vitalità che resiste, pur con alcune debolezze. Occorre tenere presente il fenomeno della globalizzazione che porta con sé l’uso, e perfino l’abuso, dell’inglese. È pur vero che alcuni termini, provenienti da lingue straniere, entrano poi a far parte del nostro idioma e diventano patrimonio comune. Alcuni media, quali il telefono cellulare e gli “sms”, esercitano la loro influenza, ma anche in questi casi non tutto è negativo, sebbene la tendenza a velocizzare possa non favorire l’approfondimento e la chiarezza espressiva. La cosa importante è rendersi conto che la lingua ha una sua dignità».
Sembra innegabile un’involuzione negli anni più vicini a noi: quali le cause?
«Difficile dire, anche se alcuni indici possono offrire un’interpretazione. La lettura, a livello diffuso, sembra in diminuzione. Gli aggettivi sono utilizzati meno di frequente, soprattutto nelle loro variazioni? In più, oggi tutti parlano italiano; un tempo i dialetti erano preponderanti e i pochi che invece parlavano italiano erano più attenti ad averne piena padronanza e a gustare la completezza della lingua».
Sta peggio l’italiano parlato o quello scritto?
«Forse lo scritto. Scrivere meno lettere a vantaggio di posta elettronica e messaggini riduce la pienezza della lingua. Talvolta, per la verità, fanno arrabbiare di più gli errori di stampa sui giornali, forse dovuti al fatto che i correttori di bozze sono ormai una razza estinta. Tuttavia, qualche modello esiste tuttora anche nell’italiano scritto».
La scuola ha un ruolo preciso?
«È indubbiamente un presidio fondamentale, un veicolo importante anche per la conoscenza, la diffusione e il buon uso della lingua italiana. Sono d’aiuto le classiche interrogazioni in occasione delle quali l’alunno esercita il dominio della lingua più di quanto possa fare con le verifiche a crocette. Altro strumento idoneo è la verifica a risposte contenute entro un determinato numero di righe».
E la famiglia?
«Il fatto, come accennavo, che non si parli più dialetto, aiuta, ma decisivo è il colloquio in famiglia. Tutto dipende dalla vita in casa: se si dialoga, l’uso della lingua ne esce rafforzato. Se si parla meno e si vede di più la televisione, c’è anche meno condivisione e non si è molto favoriti».
Un tempo l’italiano era più promosso e sentito: tutti gli scolari avevano la tessera della Società “Dante Alighieri”.
«Sì, era il risultato di una campagna a tappeto nelle scuole, che oggi non c’è più. L’iniziativa poteva dare almeno l’idea della lingua comune? La società “Dante Alighieri” ha però tuttora una funzione importante per la diffusione e per la valorizzazione della lingua italiana nel mondo».
Qualche aneddoto sul tema della lingua italiana?
«Lasciamo perdere gli strafalcioni. Piuttosto, accenno alle parole nuove e riferisco di un personale sondaggio da me fatto in occasione della prova scritta d’italiano a un esame di maturità negli anni ’80. Ho cercato in sette dizionari diversi la parola “sponsorizzare”. Quattro dizionari la riportavano, tre no».
Quali gli antidoti al fatto che l’italiano sta poco bene?
«Abituarsi a scrivere di più, anche al computer. Nella lettera classica di un tempo si commettevano meno errori, oggi è facile cadere nei refusi, anche soltanto durante la battitura. Poi, è bene sforzarsi di usare gli aggettivi, rendendosi conto che sono numerosi e vari. Se lo si fa, chi ascolta ne è arricchito. In definitiva, scrivere, leggere, parlare sono le funzioni produttive per usare bene la lingua. Ma c’è anche l’ascolto. Se taluno parla bene, capita di dire: “Andrebbe imitato”. Da ultimo, non dimentichiamo che una lingua viene valorizzata nel parlare, se si sanno anche fare le pause giuste e tacere. C’è un silenzio che accompagna la lingua, il silenzio di chi pensa. È serietà, efficacia, rispetto».

Marco Guggiari

Nella foto:
Il docente comasco, nativo di Giussano (Monza e Brianza), oggi. La sua attività di volontariato a sfondo culturale è intensa
5 novembre 2013

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