«La massoneria plebea non può essere confusa con le cosche mafiose»

Controcorrente – Roberto Rallo, avvocato al processo “Infinito”
«Perché le inchieste sulla criminalità organizzata al Nord rischiano di diventare un problema per la democrazia di questo Paese»

«Uscire dai luoghi comuni della Lombardia in mano alle mafie».
Roberto Rallo, avvocato penalista comasco e difensore di alcuni imputati nel processo Infinito, decide di spiazzare i suoi interlocutori. «Faccio un ragionamento difficile, forse, da spiegare. Ma vorrei uscire per un attimo dal coro. E dire perché le inchieste sulla criminalità organizzata al Nord rischiano di diventare un problema per la democrazia di questo Paese».
Rallo non sposa tesi politiche né vede all’orizzonte
complotti. Ragiona in termini di procedura e di diritto penale. «Oggi si parla diffusamente di inquinamento mafioso della società al Nord – dice – ma la parola inquinamento è astratta, non la puoi smontare né confermare. Per farlo servono prove».
Le intercettazioni, i dialoghi tra mafiosi, veri o presunti, non bastano, secondo il penalista comasco, ad affermare un teorema così pesante. «Il 416 bis, ovvero l’associazione mafiosa, è un reato che si forma quando i criminali sono riconosciuti come tali dall’ambiente in cui operano. Pensiamo che a Como vi sia soggezione verso la mafia? Non credo, non mi pare».
Secondo Rallo «dire che tutto è in mano alla mafia o alla ’ndrangheta significa paradossalmente irrobustire la criminalità, dare alle cosche una forza che non hanno».
Tesi discutibile, quella del legale comasco. Il quale sa di scontrarsi con un sentire comune di segno molto diverso. «Il punto è che lo schema adottato oggi porta a decisioni problematiche per la tenuta della democrazia. Prendiamo il caso di Reggio Calabria. È stato sciolto un Comune sul presupposto che fosse infiltrato dalle ’ndrine, ma nessuno tra i consiglieri o gli assessori è stato né arrestato né indagato. I magistrati, come dice il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, si devono muovere con la certezza della prova. L’ipotesi accusatoria può diventare base per scelte definitive quando c’è la verifica della prova. Non possiamo pensare di tornare al prefetto Mori, alla repressione fine a se stessa».
Il limite estremo del processo indiziario celebrato non davanti al giudice, ma di fronte all’opinione pubblica, è «minacciare la democrazia di estinzione. La mafia, la ’ndrangheta, devono essere combattute e sconfitte, ma attribuendo a ciascuno degli affiliati responsabilità precise».
Rallo si sofferma poi sul fenomeno ’ndrangheta in Lombardia. Anche qui, sostenendo una tesi che farà storcere il naso a molti.
«La ’ndrangheta è qualcosa di molto particolare, prima di tutto una struttura culturale popolare, consolidata in almeno 200 anni di storia. Nel 1960, in una scena del film Viva l’Italia di Roberto Rossellini, sono riportati sullo schermo alcuni rituali del “circolo formato”, cerimonia che alcuni magistrati pensano di aver portato alla luce soltanto da poco, grazie alle rivelazioni di alcuni pentiti».
L’argomentazione di Rallo è chiara: la ’ndrangheta si è impadronita di riti e liturgie appartenenti a una tradizione comune, conosciuti e praticati da tutti. Una tradizione non a caso definita dagli studiosi «massoneria plebea. Gli emigrati si sono portati appresso anche i santi, bisogna quindi distinguere i criminali da chi pratica soltanto la propria cultura».
Le intercettazioni, conclude l’avvocato comasco, possono facilmente trarre in inganno. «Ci sono decine di persone rinviate a giudizio alle quali non si può imputare nulla se non l’adesione a un rito antico, a una struttura associativa che ti permette di esistere e di resistere in una società che ti respinge o che non comprendi. Altra cosa sono i comportamenti criminali, le sopraffazioni, i delitti. Quelli sì da perseguire e da punire».

Nella foto:
Roberto Rallo, avvocato comasco di origini siciliane, è impegnato nella difesa di alcuni imputati nel processo scaturito dall’operazione “Infinito” e in corso in questi giorni a Milano

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