«La mia amica Maria Callas»

Maria Callas

Giovanna Lomazzi, vicepresidente del Teatro Sociale ricorda i suoi venticinque anni accanto alla “Divina”

«Conobbi Maria Callas nel modo più banale che si possa immaginare. Andavo con i miei genitori alla Scala ed era tradizione che dopo lo spettacolo si cenasse nel vicino ristorante, il Biffi Scala. Una sera dell’inverno 1952, dopo aver cantato nella “Gioconda”, venne anche lei in quel locale. Mi fu presentata e mi regalò una sua foto con dedica, che conservo ancora. In seguito diventammo amiche». Giovanna Lomazzi, responsabile del casting e vicepresidente del Teatro Sociale di Como e di Aslico (Associazione lirica concertistica italiana), racconta il suo intenso rapporto con la “Divina” di cui si è ricordato il novantesimo dalla nascita lo scorso 2 dicembre.
L’elegante signora milanese, che ha una straordinaria competenza nel campo della lirica, è in partenza per un tour europeo per scoprire giovani cantanti. «Ho una grande responsabilità per la loro vita – ammette – Devo saper scegliere bene, trovando tra lacune, limiti e acerbità le possibili chance vincenti». I punti di partenza, spiega, sono voce e musicalità; la parte interpretativa e l’affinamento dei ruoli vengono in seguito.
Signora Lomazzi, cosa ricorda di quel primo incontro con Maria Callas?
«Era ancora grassa, brutta e malvestita. Indossava un golf verde con due grandi spille di smeraldi prese in Brasile».
Fu testimone della sua metamorfosi?
«Sì, qualche mese dopo la rividi completamente cambiata. La sarta Biki, dalla quale Maria Callas andò a proprio rischio, le disse che se voleva essere vestita da lei avrebbe dovuto dimagrire. In breve tempo perse molto peso e divenne bellissima. Interpretò “Lucia”, “Alceste”, “Don Carlo”, piena di maturità vocale e fisica».
Nel frattempo diventaste amiche…
«Sì, la metamorfosi coincise con il nostro avvicinamento favorito da un amico comune. Ci vedevamo spesso, andavamo a messa in Duomo, poi a prendere un aperitivo. Facevamo shopping insieme. Durò fino a quando lei rimase con suo marito, Giovanni Battista Meneghini. Maria mi diceva: “Tu sei come una sorella minore”. Io avevo vent’anni, lei dieci più di me. I suoi genitori erano separati, si sentiva molto sola. Andavamo in vacanza assieme, talvolta dormivo a casa sua. La nostra era un’amicizia schietta e familiare. Poi lei varcava la porta del teatro, si trasformava e diventava la “Divina”. Assistetti a tutti i suoi debutti, dal Metropolitan di New York all’Operà di Parigi».
È vero che Maria Callas, da piccola, non visse l’infanzia essendo una bambina prodigio?
«So che la madre non l’amava perché voleva un maschio e invece nacque una femmina, sicché non voleva quasi vederla. Maria mi raccontava che era trattata male. La madre sperava che diventasse cantante la figlia maggiore e non lei. Infatti non venne mai ad assistere a una sua esibizione».
Ho letto che Maria Callas era capace di grandi sacrifici, come studiare per dodici ore consecutive.
«Era una grande interprete, capace di espressioni di straordinaria intensità e interiorità che erano frutto dello studio e di un dono di natura. Questo, finché ebbe la sicurezza della sua voce. Poi non fu più lei, non fu più nemmeno una grande interprete, non penetrò più nei personaggi».
Anche lei è d’accordo con Zeffirelli sul fatto che la lirica debba essere divisa in due ere: prima e dopo la Callas?
«Un fatto è certo: nessuno di noi vedrà mai più una cantante come Maria Callas. In questo senso lei può essere considerata uno spartiacque. Al di là delle sue qualità, fu anche fortunata: arrivò quando finiva il periodo delle grandi cantanti grasse e brutte. Fu la prima a capire che serviva anche una verità estetica».
Come visse il successo?
«Ne era contenta, ma non le diede mai alla testa. Certo, era soddisfatta quando, affacciandosi al proscenio, veniva giù il teatro tanto era subissata di fiori e di applausi».
Com’era invece il suo rapporto con il denaro?
«Io ebbi sempre da lei regali meravigliosi. Il giorno in cui si separò dal marito, poi andammo a mangiare qualcosa insieme da Savini a Milano e Maria lasciò una mancia che era pari a quanto pagò per la nostra colazione. Io le feci presente che era troppo, ma lei rispose: “Devo farlo perché sono io”».
Perché non ebbe mai una famiglia?
«Maria trovò in Meneghini un succedaneo alla sua famiglia. Lui gli fece da padre, da confidente, da manager. E lei si appoggiò a lui. Poi comparve Aristotele Onassis e ho la sensazione che sperasse di formare con lui una famiglia».
Lei le fu vicina anche quando si legò a Onassis, cosa può dire di quel periodo?
«Tra loro nacque un rapporto difficile da capire. Io conobbi bene anche lui; era un uomo fatto dal nulla. Maria restò affascinata dal suo mix di potere e soldi. Il “Christina”, lo yacht di Onassis, era meraviglioso. Ci feci due crociere a bordo. Lo sfarzo era inimmaginabile: quadri d’autore alle pareti, maniglie di pietra dura nei bagni. Maria perse la testa e si lasciò travolgere. Coincise con questo periodo l’iniziale decadenza della sua voce, che lei non combattè. Nel frattempo ci fu la separazione da Meneghini. Maria vendette la sua casa di Milano e andò a Parigi».
Come visse l’abbandono da parte di Onassis per Jacqueline Kennedy?
«Quando fu tradita, Maria non fu più se stessa. Sapeva di non poter attendere ai suoi impegni, ma si illuse di continuare. Andò in tournée con il tenore Giuseppe Di Stefano. Si ingannarono reciprocamente. Erano entrambi ormai finiti e fu una cosa tristissima».
Com’era iniziato il declino?
«Proprio all’inizio della sua relazione con Onassis. Doveva cantare a Dallas nella “Lucia di Lammermoor”; ci andammo insieme e lei non preparò niente. Tornò in Europa perché era invitata da Onassis sul “Christina” e poi volò di nuovo a Dallas. Ebbe successo, ma solo perché il pubblico non capiva. Appena concluse la sua interpretazione, mi prese una mano e vi infilò le unghie dicendo: “Qui finisce la mia carriera” e pianse per tutta la notte. Non poteva più accettare di non essere la Callas».
Quale fu il vostro ultimo contatto?
«Quando lasciò Milano, si allontanò dagli amici veri e fidati. Nella sua ultima lettera mi scriveva a proposito della sua voce. Poi, d’estate, mentre mi trovavo in Puglia, pensai che dovevo scriverle ancora e decisi di farlo appena fossi tornata a Milano. Il giorno in cui arrivai, il 16 settembre 1977, però, mi telefonarono che Maria era morta. Andai a Parigi, ma non me la fecero vedere. Bruna, la governante che le avevo trovato io, mi disse: “Giovanna, la ricordi com’era”. Morì di dolore a 53 anni. Ebbe tutto, ma ogni cosa si consumò in cinque-sei anni: bellezza, fama, ricchezza? La vita di Maria Callas fu tragica: conquistò tutto a caro prezzo e poi fece quella dolorosa fine».

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