«La notte che vidi Cassius Clay vincere il titolo»

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Viscardo Brunelli, autore di libri sulla boxe, ricorda anche i pugili della Comense

Il suo tratto distintivo è la cortesia. La passione per gli sport è tutt’uno con l’impegno nella gloriosa società Ginnastica Comense, che dura dal 1951. Viscardo Brunelli, classe 1931, nativo di Città di Castello (Perugia) ma residente a Como fin dal 1944, è stato atleta (calcio, atletica leggera, tennis, arti marziali), dirigente e accompagnatore delle squadre nerostellate.
È uno scrupoloso ricercatore e compilatore di dati storici relativi alle diverse discipline sportive, un competente

collezionista di armi antiche, uno scrittore di libri, ben ventisei, dedicati – tra gli altri – al pugilato. Ed è quest’ultimo lo spunto, almeno iniziale, del nostro incontro, la concomitanza con i cinquant’anni dal primo titolo mondiale dei pesi massimi conquistato da colui che, per tante generazioni, è stato il simbolo stesso della boxe: Cassius Clay, il quale, proprio il 25 febbraio 1964, battè a Miami il campione in carica Sonny Liston e si convertì all’Islam cambiando nome in alias Muhammad Alì.
Che ricordi ha di quell’evento?
«Mi alzai di notte, lo vidi in tv e pensai subito che, al di là del titolo per il quale, tra l’altro, era sfavorito, Cassius Clay avrebbe fatto una grande carriera. Pensai che avrebbe segnato una stagione, come in effetti avvenne. Aveva tecnica da vendere. Era impressionante come sapesse restare in piedi e muoversi sul quadrato. Mi fece impressione vederlo avvicinare a fatica la torcia che accese il braciere nella cerimonia inaugurale delle Olimpiadi di Atlanta del 1996».
E il personaggio Cassius Clay-Muhammad Alì che cosa ha rappresentato per il pugilato?
«Diede tanto a questo sport e ne fu un vero propulsore: tanti vi si avvicinarono tentando di imitarlo».
Come nasce la sua passione per la boxe?
«Mi sono sempre piaciuti tutti gli sport. Pensi che a vent’anni correvo gli 800 metri in 1.59” ed ero 25° in Italia? Così mi appassionò anche la boxe, sebbene non l’abbia mai praticata. Nell’immediato dopoguerra assistetti al alcuni incontri di pugilato nell’Arena del Teatro Sociale. Ricordo in prima fila tanti feriti di guerra, trasportati fin lì su improvvisate lettighe. Mi avvicinai così».
Si discute molto a proposito della boxe: o la si ama, o la si odia per la sua carica di violenza.
«Ma io vedo l’altro aspetto: la sportività. I pugili, fuori dal ring, sono amici. Vincente e perdente si ritrovano a mangiare al medesimo tavolo dopo il combattimento, la notte stessa in cui se le sono date di santa ragione. Gli allenatori insegnano a boxare, ma anche a controllarsi. È ciò che al Panathlon chiamano fair-play».
A Como, se ben ricordo, questo sport venne importato nel 1922 dai fratelli Gianni e Luigi Ortelli della Comense, che avevano già fatto lo stesso con il basket, fino ad allora sconosciuto.
«Sì, prima di allora questo sport, ancora agli albori, a Como era sconosciuto. Gli Ortelli erano immigrati negli Stati Uniti e lo importarono da lì, come fecero anche con il basket, quando tornarono in patria. Fecero subito adepti. E a Como, oltre alla Comense, esisteva anche un’altra società, poi accorpata al sodalizio nerostellato, che praticava il pugilato in un locale di via Gallio, proprio a fianco del Politeama ma sotto il livello della strada».
Qual è il pugile comasco che ricorda meglio?
«Tra i tanti, direi Sergio Peverelli, che poi fece l’allenatore. Era un uomo di una straordinaria bontà. A fine carriera aprì a Fino Mornasco un negozio di statuette e soprammobili. Diventammo amici. Se fosse nato a Milano, avrebbe avuto maggiori possibilità di allenarsi e di avere ingaggi significativi. Ai tempi capitava che un pugile fosse pagato solo per ciò che bastava a dormire e a mangiare. Più d’uno mi disse che capitava di affrontare un combattimento senza aver mangiato perché la “borsa”, in caso contrario, si sarebbe ridotta a ben poca cosa?».
Peverelli fu anche il più grande pugile comasco?
«Fu uno di quelli bravi? Era un peso medio, nel 1948 divenne professionista e disputò undici incontri, vincendone sette. Non dimenticherei Fulvio Nesi, peso welter/peso leggero, che da professionista fece settantasei combattimenti, aggiudicandosene quaranta. Poi, vorrei citare Fulvio Tognetti, che nel 1964 vinse a Tunisi il “campionato del mondo militare” dei pesi medi».
Quando finì la scuola comasca di pugilato?
«Nel 1978, dopo la tragica morte del pugile Angelo Jacopucci, che aveva vinto il titolo europeo dei pesi medi. Cadde in coma poche ore dopo il suo ultimo incontro. A Como, le mamme ritirarono tutti i loro ragazzi che praticavano pugilato alla Comense. In seguito si tentò di riaprire quella sezione, ma gli atleti iscritti erano troppo pochi».

Marco Guggiari

Nella foto:
A sinistra, Viscardo Brunelli con il secondo volume della sua opera dedicata alla Società Ginnastica Comense 1872 (foto Mv). A destra, Sergio Peverelli, già pugile della Comense, qui in veste di allenatore del nerostellato Paolo Colombo

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