«Le case erano sparite. I superstiti cercavano un perché»

altLa frana 50 anni dopo L’uomo, oggi residente a Bellagio, il 9 ottobre 1963 era militare a Belluno quando venne inviato sul luogo del disastro
Giandomenico Gilardoni, 71 anni, partecipò ai soccorsi dopo la tragedia del Vajont. «Incubo incancellabile»

«Il momento più toccante fu l’incontro con alcuni superstiti. C’erano vecchi e bambini, nessuno parlava né si lamentava. I vecchi seduti a testa bassa, i bambini che tentavano in qualche modo di giocare. Ti guardavano in faccia come per chiederti qualcosa, il perchè di quella tragedia, un perchè che ancora oggi non ha una degna risposta».
Domani sarà trascorso mezzo secolo dalla tragedia del Vajont, un disastro costato la vita a 1.910 persone. Quel giorno, il comasco Giandomenico Gilardoni

stava prestando il servizio militare a Belluno, reparto Alpini. Con i commilitoni fu inviato sul luogo della strage. Momenti terribili, che a distanza di 50 anni sono impressi in modo indelebile nella mente dell’uomo. Residente a Bellagio, Gilardoni, 71 anni, papà dell’11 volte campione del mondo di canottaggio Daniele, ha anche ricevuto una benemerenza per il ruolo svolto nei soccorsi.
«Alle 3 di notte di quel tragico giorno suonò l’allarme e tutti ci vestimmo in assetto di intervento – ricorda Gilardoni – Pensavamo a un’esercitazione, come spesso accadeva. Il tempo passava e nessuno ci dava ordini. C’era una strana atmosfera, giravano notizie di un attentato a un traliccio dell’alta tensione. Ci venne poi dato l’ordine di rientro, a seguito però di un prelievo di sangue, fatto che ci lasciò perplessi». Per qualche ora, gli alpini furono rimandati in stanza. «Nessuno riusciva a dormire – ricorda ancora il comasco – Al mattino, ci informarono della tragedia avvenuta nel Vajont. Della diga che non trattenne l’ondata d’acqua. Migliaia le vittime e gli Alpini e altri soldati che scavavano per trovare corpi, vivi o morti». Immediata la partenza per il luogo del disastro. «Partimmo con i primi soccorsi – racconta Gilardoni – con i camion colmi di generi vari, tra i quali notai molti sacchi neri di plastica. Mi rivolsi al tenente, gli chiesi a cosa servissero. “Per mettere i morti”, mi rispose secco. Non ebbi più la forza di aggiungere altro». L’immagine, vista arrivando nel cuore della tragedia, l’alpino comasco non potrà dimenticarla.
«Longarone non c’era più – dice oggi – Mi ricordo delle ultime case del paese, quelle più in alto. L’onda maledetta aveva tagliato a metà gli edifici e si intravedevano camere da letto, cucine e altro. La chiesa non c’era più, le campane furono trovate molto lontano. I binari del trenino che portava a Cortina erano attorcigliati».
Poi l’incontro con alcuni superstiti, «il momento più toccante», per Gilardoni e i commilitoni. «Quella diga non andava costruita», ripete il comasco. Parole pronunciate proprio dopo che il presidente del Consiglio dei geologi, Gian Vito Graziano, intervenuto domenica scorsa a un convegno a Longarone, ha ammesso: «Una parte della geologia ha commesso errori sia nella fase di progettazione, sia nella fase di costruzione e nei controlli».
«Gli abitanti di Erto e Casso dissero subito che del monte Toc non c’era da fidarsi – conclude Gilardoni – Ma chi dava retta a questa gente? Nessuno. La politica, il dio denaro ebbero l’ultima parola. Il resto è storia. Sono passati 50 anni, e purtroppo non è cambiato nulla».

Anna Campaniello

Nella foto:
L’alpino di Bellagio, Giandomenico Gilardoni durante il servizio militare

Articoli correlati

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.