«Le ditte italiane iniettano germi disgreganti»

altLe aziende che si trasferiscono in Svizzera
Il sindacato Ocst chiede più controlli sulle imprese lombarde
(m.d.) «La creazione di nuove aziende, soprattutto di quelle che giungono dalla vicina Italia, deve essere adeguatamente seguita, analizzata e incanalata affinché sia un effettivo fattore di crescita e non inietti al contrario germi disgreganti nel mercato del lavoro locale». Il sindacato Ocst del Canton Ticino non usa giri di parole per chiedere ancora una volta che le autorità elvetiche puntino i riflettori sulle sempre più numerose imprese italiane che varcano la frontiera per trovare migliori condizioni di lavoro sul fronte dei servizi, della burocrazia e delle tasse.

 

Secondo la società di informazioni economiche Bisnode, in tutta la Svizzera sono state create in luglio 3.757 nuove aziende, con una flessione del 3% su base annua. Il Ticino, invece, che già nel 2013 aveva segnato l’incremento più elevato del Paese (+14%), continua a crescere. Nel periodo gennaio-luglio le nuove società sono state 1.998, +6% rispetto ai corrispondenti mesi del 2013.
Un fenomeno che per Meinrado Robbiani, segretario cantonale dell’Organizzazione cristiano-sociale ticinese, nasconde diverse insidie.
Il sindacalista ricorda che gli accordi bilaterali sulla libera circolazione delle persone, oltre ad aver accentuato il flusso di frontalieri e lavoratori italiani distaccati temporaneamente in Ticino, hanno anche agevolato l’arrivo di nuove aziende.
«Benché il fenomeno sfugga tuttora a un rilevamento preciso – afferma Robbiani – sono numerose le imprese che vengono a insediarsi nel nostro Cantone. Soprattutto nel settore terziario, in cui non necessitano investimenti ragguardevoli».
Il segretario della Ocst punta il dito contro la tendenza delle nuove imprese «a combinare i vantaggi del territorio ticinese con una politica retributiva ricalcata sui livelli lombardi», senza preoccuparsi di «considerare il fabbisogno locale dal profilo dell’occupazione e dei livelli retributivi». Anzi, le imprese lombarde che si trasferiscono in Ticino «tendono a privilegiare la manodopera frontaliera poiché è in tal modo possibile mantenersi vicini ai livelli retributivi d’oltrefrontiera», ovvero agli stipendi italiani.
«Le imprese – aggiunge Robbiani – diventano in tal modo delle piccole enclavi lombarde in territorio ticinese. In questo modo si iniettano con elevata frequenza nel mercato del lavoro germi di distorsione e fattori sfavorevoli alla manodopera locale».
Per di più, sottolinea il sindacalista, «la possibilità di aprire o trasferire in Ticino imprese quasi a scatola chiusa, con personale e condizioni di lavoro attinte alla realtà d’oltreconfine, ha pure rimpolpato un sottobosco di attività ad elevata precarietà. Si tratta di ditte appollaiate a ridosso della frontiera che impiegano soprattutto manodopera frontaliera».
Robbiani chiede allora alle autorità ticinesi di sottoporre «i nuovi insediamenti a un più puntuale rilevamento e a una maggiore vigilanza», utilizzando per esempio «i dati raccolti dall’Ufficio delle imposte alla fonte» e avviando verifiche «sulla situazione occupazionale e sulle condizioni lavorative nelle imprese».

Nella foto:
Sempre più imprese lombarde decidono di trasferire l’attività in Canton Ticino

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