Cultura e spettacoli

«L’Islam? Problema politico»

altAttualità. Il vescovo di Luxor, ospite del centro “Cardinal Ferrari” a Como, ha parlato del dialogo tra Oriente e Occidente
«Il conflitto tra cristiani e musulmani non è religioso, ma politico». Ha aperto così il suo intervento monsignor Joannes Zacharia, vescovo della città egizia Luxor, in occasione dell’incontro “Verso intrecci di popoli” che si è tenuto al centro pastorale “Cardinal Ferrari” di Como lunedì sera.
«Sono qui per parlarvi con il cuore in mano – ha detto il vescovo Zacharia – come testimone del mio tempo e della mia terra».
Lo sguardo sereno e la voce calma tipica di chi conosce

perfettamente l’importanza delle parole che sta per pronunciare; un incontro promosso al fine di dare uno sguardo più approfondito sul mondo islamico.
«Bisogna distinguere tra l’Islam come religione e l’Islam come territorio politico – ha spiegato monsignor Joannes Zacharia – La religione è innocente, non ha colpe, ognuno di noi deve accettare l’altro senza provocare il conflitto. La cattiva politica è la vera causa dei problemi d’integrazione tra musulmani e cristiani».
Alla politica si accompagna un altro elemento che il vescovo di Luxor reputa fondamentale nella spiegazione del perenne conflitto tra Oriente e Occidente.
«L’ignoranza è il cardine di qualsiasi crisi – ha affermato nell’incontro comasco – distrugge tutto, non permette agli uomini di aprire la mente. Voi avete raggiunto la democrazia dopo due guerre mondiali e adesso siete quattro secoli avanti all’Egitto o a qualsiasi altro Paese arabo, ma noi stiamo vivendo ancora nel Medioevo, abbiamo bisogno di novità e sviluppo».
Ed è proprio per questo motivo che la democrazia non potrebbe funzionare in Medio Oriente.
«Per gli occidentali “democrazia” è una parola magica – ha spiegato Joannes Zacharia – ma la nostra gente, adesso, ha fame e sete, ha bisogno di studiare, di dare un futuro ai giovani. Ci vuole un dittatore, qualcuno che prenda in mano la situazione. Il Medio Oriente non è pronto per la democrazia».
La visita di papa Francesco in Terra Santa può essere considerata un segno di apertura?
«Cinquant’anni fa Paolo VI ha compiuto lo stesso viaggio di Papa Bergoglio – ha detto monsignor Zacharia – e oggi il messaggio è quello di volere cancellare tutte le negatività tra Oriente e Occidente per portare pace non solo tra fedi diverse, ma anche tra i civili, tra tutti quelli che hanno dovuto subire le azioni dei fondamentalisti che sfruttano il sentimento religioso solo per raggiungere i propri interessi».
Ma, per costruire una pace profonda e duratura, spiega il vescovo, non bastano le azioni della Chiesa. «Quello che serve è fare nascere un’opinione pubblica che sia leale e fedele alla realtà – ha detto il presule – bisogna guardare agli interessi dell’umanità intera perché il sangue non ha prezzo. Le minoranze, come noi cristiani in Egitto, hanno sempre difficoltà nell’inserimento della vita pubblica, ma siamo disposti a pagare un prezzo ancora più alto, più alto della miseria in cui vive il nostro popolo, pur di raggiungere l’incontro con musulmani».

Enrica Corselli

Nella foto:
Monsignor Joannes Zacharia, vescovo della città egiziana di Luxor, che è stato ospite al centro “Cardinal Ferrari”
28 maggio 2014

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