«Mezzo secolo fa ho vissuto la prima rivoluzione d’Egitto»

Giuliana Sierra abita a Como. Ha lasciato il Paese nordafricano durante la dittatura di Nasser
Giuliana Sierra è una donna minuta e forte, dolce e determinata. Parla con la saggezza di un’italiana che ha vissuto un quarto di secolo nel mondo arabo e ha superato numerose traversie.
Sposata e madre di due figli, una femmina e un maschio, abita a Como e non fa fatica a ricordare l’altra rivoluzione egiziana, quella che la colse con la sua famiglia ad Alessandria d’Egitto, dove viveva in uno splendido palazzo del centro, con tanto di servitù.
Giuliana, classe 1937, è nata nel Paese

dei Faraoni. Suo nonno, architetto, vi era giunto all’inizio del ’900. «Gli italiani e altri stranieri impegnati nelle professioni – ricorda lei oggi – crearono in quel tempo la borghesia produttiva della nazione egiziana».
Al Cairo regnava Faruk I, ma la monarchia venne rovesciata dal colpo di Stato che nel 1953 instaurò la repubblica, portando al potere prima Muhammad Naguib e in seguito Gamal Abd-el-Nasser, che mise agli arresti il predecessore e nel 1956 adottò una Costituzione di stampo socialista.
Qui iniziarono i guai per Giuliana e per il marito di nazionalità greca, Matteo Missirlis, perito tessile, sposato nel 1958. L’azienda di 3mila operai dove l’uomo lavorava come direttore delle vendite fu nazionalizzata. Al dirigente venne conservato l’impiego. La sua esperienza e le conoscenze che aveva, tra queste ben sette lingue parlate correntemente, lo rendevano prezioso agli occhi nei nuovi “padroni”.
Matteo Missirlis andava in fabbrica al mattino presto e tornava sempre più tardi di sera. «Ci interrogavamo spesso con angoscia riguardo al suo ritorno alla fine della giornata. Gli chiedevano continuamente tante informazioni».
La situazione nel Paese, intanto, peggiorava: la nazionalizzazione della Compagnia del Canale di Suez, di proprietà franco-britannica, scatenò la guerra di Inghilterra e Francia, assieme a Israele, contro l’Egitto. «Noi italiani non eravamo ben protetti e l’idea che man mano cresceva tra gli egiziani era: “Ci riprendiamo quanto era nostro”. Le cose, naturalmente, non stavano affatto così… Non facevano espropri, ma il messaggio implicito che passava era: “Vuoi salvare la vita? Vattene”».
Nel 1963 la coppia decise di lasciare il Paese. Divenne determinante un vecchio passaporto italiano che Giuliana aveva sempre conservato e che le permise di ricostruire il percorso della famiglia d’origine. I coniugi portarono con sè la primogenita di appena 13 mesi e i genitori di Giuliana. Il racconto si fa drammatico. La famigliola fu costretta a lasciare tutto: lavoro, relativa indennità, case, mobili e oggetti di casa. «Per stabilire cosa potevamo portare con noi ho dovuto compilare una lista in tre lingue: arabo, inglese e italiano – ricorda Giuliana Sierra – Le autorità locali me l’hanno fatta cambiare per sette volte. Ci hanno costretti a vendere oro e argento di casa».
Non è tutto. I limiti relativi ai beni che si potevano portare con sè erano rigidi ed estremamente bassi. «Niente tappeti, quadri, mobili di valore… E per quanto riguarda il denaro, 7.500 lire a testa, con le quali avremmo dovuto ricominciare in Italia».
La spoliazione, di fatto, di ogni bene era accompagnata da un singolare rito, che aveva aspetti umilianti. «Ci venne concesso di fare un’asta casalinga e capitava stranamente che a beni di valore oggettivo non ne venisse invece dato alcuno e che questi fossero quindi acquistati per quattro soldi. Poi accadeva invece che altri oggetti di uso comune e di nessun particolare significato, venissero considerati più preziosi. Era un modo per umiliarci… E, comunque, una pura messinscena, giacché denaro eccedente 7.500 lire non se ne poteva portare via».
Logico che questa esperienza pesi ancora oggi nella valutazione dei recenti avvenimenti: le manifestazioni di piazza in seguito alle quali il presidente Hosni Mubarak, successore di Naguib, Nasser e Sadat, ha dovuto dimettersi con successiva assunzione del potere da parte dall’esercito. «Con un’espressione francese, posso dire che le scene di piazza dei giorni scorsi sono per me un déjà vu. Sono identiche a quelle che avevo già vissuto in diretta cinquant’anni fa. Allora c’era soltanto qualche carretto e qualche galabeya (tipico capo di vestiario egiziano, ndr.) in più al posto degli attuali jeans».
Giuliana Sierra è una donna che sa leggere la storia delle persone e dei popoli. Conosce a sua volta quattro lingue e, tra queste, l’arabo. Non ha difficoltà a riconoscere le qualità degli egiziani: «È un popolo mediamente generoso, non cattivo. È formato da persone che imparano velocemente, soprattutto le donne. Molti capiscono la lingua italiana. Una parte di questa nazione è in piena evoluzione, più che altrove. L’Egitto è sempre stato un grande Paese, di cultura internazionale. Ha tradizione, non dimentichiamo che questa gente discende pur sempre dai Faraoni…».
Giuliana Sierra è tornata in Egitto una sola volta, sempre negli anni ’60, usufruendo di un visto turistico. «Sono andata a riprendermi qualcosa di mio, ma non è stato possibile».

Marco Guggiari

Nella foto:
Una delle imponenti manifestazioni di protesta che si sono succedute in piazza Tahrir al Cairo dallo scorso 25 gennaio

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