«Mio papà, Mario Martinelli, aveva il senso della missione»

Ministro Mario Martinelli

Dieci anni fa la scomparsa dell’uomo politico comasco, più volte ministro
«Di politica non parlo. E voglio evitare personalismi. L’ho promesso a mio papà». Giuseppe Martinelli, ottant’anni, ingegnere di matrice tecnico-scientifica, figlio primogenito dei nove avuti da Mario Martinelli, che fu parlamentare comasco e più volte ministro nella seconda metà del ’900, accetta a malincuore la chiacchierata che segue.
Sabato 21 maggio ricorrono dieci anni dalla scomparsa dell’uomo politico democristiano. La data è l’occasione per tracciarne un profilo. Alla fine, il testimone privilegiato della vicenda personale e sociale di Mario Martinelli, si arrende: «Avrei preferito essere qui con i miei fratelli – esordisce – ma data l’urgenza per la ricorrenza…».
Quando ha capito che il suo era un padre speciale?
«Quando, da bambino, non andavo ancora a scuola e mi resi conto di due cose. La prima era la sua spiritualità. Lo vedevo concentrarsi in preghiera (come la mamma) se sentiva le campane battere a morto, o quando era l’ora di cena, o alla messa domenicale al momento dell’Elevazione. L’altro aspetto che mi colpì era il suo essere attivo e abile in molte situazioni, anche pratiche: con inventiva, ci sapeva fare sempre».
Com’era la sua famiglia?
«Una famiglia normalissima, nella quale i nostri genitori hanno vissuto in simbiosi per tutta la vita e ci hanno dato esempio. Papà e mamma erano legatissimi tra loro. Anche quando papà era lontano si mantenevano in stretto contatto con il telefono, avevano un colloquio profondo. Entrambi ragionieri, erano stati nello stesso istituto di Como, sia pure appartenendo a classi diverse. A sera, non raramente, vedevo papà portare a casa i registri del suo lavoro. Dopo cena li guardava assieme alla mamma mentre ascoltavano a basso volume musica classica o sinfonica; la mamma lo aiutava. Sì, la nostra era una famiglia nella quale, ogni tanto, c’era un bimbo nuovo. Ma non ho mai pensato: siamo in troppi. Eravamo piacevolmente in tanti: un gruppo, poi una o più squadre. Magari per decidere litigavamo un po’, ma non ci facevamo mai la guerra».
Com’era la figura di suo padre in famiglia?
«Si capiva che era un uomo di guida, con idee chiare. Le racconto un aneddoto. Io da piccolo ero piuttosto vivace e dispettoso, un giorno mio papà mi affibbiò uno scappellotto di quelli che mandano in reset il computer? Per contraccolpo battei la testa contro l’armadio vicino della cucina, lui era seduto. Si preoccupò subito come se non fosse l’autore del gesto e chiese d’istinto: “Ma ti sei fatto male?”. E rimase per un po’ in silenzio. Questo non l’ho dimenticato mai: poi il fatto capitò poche volte e molto più leggero? Evidentemente stava imparando a fare il padre con la diplomazia».
Quali erano le radici di suo padre?
«Devo premettere che papà era di buona salute, era anche un buon camminatore e un buon ciclista; era molto amante della natura. Veniva da una famiglia profondamente credente. Suo papà, Abbondio, era operaio tintore; sua mamma Eufemia, di Barlassina, era tessitrice. Avevano intorno quell’ambiente, ma anche sacerdoti di grandi doti umane e cristiane, perché il nonno era impegnato anche nell’attività legata al mondo del lavoro operaio. Il papà è cresciuto così, credo facendosi nel tempo il suo preciso indirizzo di vita, completandosi (anche nello studio delle lingue estere) utilizzando le doti di cui disponeva. Una preparazione nata scolastica, poi personale, di vita civica e morale, imbevuta anche dagli amici del suo “babbo”, come lui lo chiamava, che lo portava con sé alla domenica».
È nato così l’impegno sociale e politico di suo padre?
«Sì, è nato in questo contesto, dalla sua frequentazione e dal suo impegno nell’Azione Cattolica. Il suo era davvero concepito come un servizio agli altri. Era tutt’uno con la devozione alla Madonna di San Giorgio e al Crocefisso della basilica di viale Varese. Nei contatti con la gente mio papà era semplice e non selezionava: in tanti gli chiedevano pareri per cose minime o grandi e lui per tutti aveva lo stesso modo di valutazione. Aveva la loro fiducia e lui sapeva mantenerla. Prima di agire voleva sempre accertarsi che il suo fare non finisse su un binario cieco e che avesse la configurazione idonea a non deragliare; voleva vedere le cose esatte, forse perché era anche un ragioniere. O era solo buon senso? Nel tempo ci si accorse che era dotato di grandi doti diplomatiche, che gli permettevano di adattare il discorso, dove riteneva che fosse necessario, alla recettività dell’interlocutore. Se posso usare un’altra espressione, se vedeva il pontile, qualunque fatto accadesse, non lo perdeva mai di vista e aveva pronta, o ne modificava l’attacco, la gomena per l’attracco».
Cosa diceva della sofferenza per aver patito il carcere durante la dittatura?
«Il papà, in presenza nostra, non ha mai commentato questa esperienza, semmai singolarmente e quando eravamo molto adulti. Aveva un carattere “pieno”: se aveva un’idea chiara, non esitava a sostenerla a qualunque costo. E, con la logica migliore, contrastava con dati chi cercava di conculcarne altre. Anche in carcere non fece mai un nome, perché era un uomo di contenuto e di parola».
Suo padre ha fatto parte della sparuta pattuglia di comaschi eletti all’Assemblea Costituente, che diede all’Italia repubblicana la sua nuova Carta fondamentale. Cosa ricordava di quell’esperienza?
«Io penso che abbia affrontato la Costituente come un impegno particolarmente importante e di grande contenuto, con la mentalità razionalista e concreta di chi, davanti a un bilancio, deve vedere come sono costituiti e posizionati i dati. In più, l’esperienza della Costituente ebbe per lui un grande aspetto comunitario e sociale, forte dell’ardore giovanile e della preparazione maturata anche in Azione Cattolica. Del resto, il papà aveva iniziato dal praticantato continuo su più fronti, anche in azienda privata, prima di costituire lo studio professionale e mantenne sempre la mentalità di chi opera nella vita (non solo personale) volendo e sapendo affrontare e dirimere le difficoltà di percorso».
Il presidente emerito della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, quando morì suo padre, disse di averne sempre ammirato la schiena dritta.
«Posso dire che aveva il senso della missione e riteneva di doverla portare in fondo per coerente adesione alla promessa fatta agli elettori; ma aveva il senso della misura e stava attento alle opportunità. Trasmise questi concetti sempre, anche se eravamo grandi, con forza o delicatezza, secondo i casi».
Se suo padre fosse vivo oggi, lasciando da parte la politica politicante, cosa direbbe?
«Per quanto credo di conoscere di papà, direi subito che non si spaventerebbe; certo pur soffrendo nel veder prolungarsi per troppi anni situazioni “disagevoli” e con intuibile danno comune, non soltanto nazionale».
Che cosa farebbe?
«Non sarei proprio in grado di dirlo, seriamente, perché non posso sostituirmi a lui. Certamente, con lui il periodo dei pensieri, delle riflessioni, delle riunioni programmatiche si sarebbe accorciato di molto. Ma per non penalizzare o errare valutazioni, ripeto, la mia è solo un’ipotesi che, invitato ad esprimere, non trovo logico ampliare di più. Logico e dovuto».
Un’ultima domanda: suo padre aveva un archivio straordinario. A dieci anni dalla sua scomparsa in tanti si chiedono cosa ne sarà.
«È custodito dalla famiglia perché comprende anche un ambito, per l’appunto, familiare».

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