«Modalità non violente? La verità processuale dice altro»

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Il fine era «soddisfare gli appetiti sessuali»
Le parole dei giudici di Milano che hanno condannato in Appello il religioso

Rileggendo più e più volte i motivi delle condanne in primo e secondo grado di don Marco Mangiacasale, francamente viene da chiedersi come sia possibile parlare di «inesatte interpretazioni» oppure di «sommarie comunicazioni rivelatesi poi destituite di fondamento», come scritto da monsignor Angelo Riva. Che fa notare accuratamente come ci sia stata per don Marco una «derubricazione rispetto alla prima contestazione dell’ipotesi accusatoria» (parole complicate per non dire semplicemente

che le violenze ci furono e furono «repentine», ma non è stato riconosciuto l’abuso di autorità) ma non come i giudici di Milano definiscano «mite» il computo totale degli anni «tenuto conto della gravità della protrazione delle condotte accertate».
Ma, giusto per non interpretare alcunchè, meglio lasciar parlare le sentenze.
Di quella di primo grado già avevamo scritto, ed era la stessa in cui il giudice di Como parlava apertamente nelle prime pagine di «scempio di minori» in relazione alla condotta dell’ex parroco di San Giuliano. In Appello invece don Marco aveva ottenuto uno sconto di una decina di giorni, ma solo perché uno dei reati più gravi – che si protraeva da anni ed era iniziato nell’inverno del 2008 – era divenuto non più perseguibile al compimento del 16° anno di età della vittima (nel 2011).
Eppure, le condotte per i giudici di Milano furono in almeno due casi su cinque gravi, tali da «causare un incommensurabile danno alle vittime» anche «psicologico» che va ad aggiungersi alla «strumentalizzazione dell’imputato dei sentimenti di ammirazione e di stima nei suoi confronti da parte delle minori, della loro “infatuazione”, della loro paura di perdere la sua “amicizia”, al fine di condizionare i comportamenti e di soddisfare i suoi appetiti sessuali». Parole dei giudici, non nostre o di cittadini che poco conoscono il caso dell’ex parroco di San Giuliano.
E ancora: «Il reato di maggiore gravità è rappresentato dalla condotta iniziale di invasione della sfera sessuale della minore di anni 14, talmente imprevedibile e insidiosa da aver impedito a quest’ultima qualunque reazione». Al punto che la Corte stessa «esclude» per due condotte su cinque (le altre furono comunque palpeggiamenti, non carezze) «l’attenuante di minore gravità» sottolineando come «il rilievo che i fatti non fossero caratterizzati da modalità violente non risponde alla realtà processuale». La sentenza riporta in chiusura un altro episodio non secondario: «Un elemento ulteriore e significativo dell’intensità del dolo» è da riferire al fatto che un genitore di una ragazzina, «accortosi dell’infatuazione della figlia tredicenne, sin dal giugno 2009 aveva chiesto all’imputato di “cercare di tenere le distanze” ottenendo da questi la rassicurazione che “era una condizione tipica degli adolescenti e che sarebbe passata”». Anche se poi, “per farla passare”, servirono l’intervento della Procura di Como e le manette.

Mauro Peverelli

Nella foto:
Papa Francesco ha deciso di togliere l’abito talare a Marco Mangiacasale, ex parroco di San Giuliano

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