«Nessun complotto contro di me. E per ora non penso a dimettermi»

altL’intervista. Parla Luca Gaffuri, consigliere regionale del Partito Democratico
Da tutti è considerato l’uomo forte del Partito Democratico di Como. Il vero dominus di via Regina. Più dei deputati – una dei quali siede nella segreteria nazionale con Matteo Renzi – e più della segretaria provinciale, planata in giunta nel capoluogo proprio con il suo placet. Luca Gaffuri, macchina da voti e tessitore instancabile di rapporti politici, è finito nel mirino della magistratura.
Negli ultimi giorni il suo nome è stato associato all’inchiesta sui rimborsi facili (è nell’elenco

dei 63 per i quali è stato chiesto il rinvio a giudizio) e all’indagine sulle consulenze fasulle in Regione, chiusa dai pm di Milano con 10 persone indagate.
Si sente sotto attacco?
«No».
Due indagini così importanti che si chiudono una dietro l’altra non la fanno riflettere? Solo coincidenze?
«Non intendo avallare alcuna teoria del complotto, che è davvero l’ultimo dei miei pensieri. Penso invece che i controlli di legalità della magistratura siano giusti e utili. Sulla questione dei rimborsi sapevamo che le varie fasi dell’iter si sarebbero potute concludere in questi giorni. Aspetto con serenità la decisione del giudice per l’udienza preliminare».
E sulle consulenze?
«C’è una verifica in corso che ha portato i magistrati a rilevare alcune presunte incongruenze. Sono tranquillo perché credo che da parte nostra siano state rispettate le norme e le regole».
Lei ha detto più volte di scontare il suo ruolo di capogruppo. Non le sembra un modo facile di scaricare la responsabilità?
«Se si guarda alle varie inchieste condotte in tutte le Regioni si può facilmente notare come i capigruppo siano coinvolti più di altri consiglieri. È ovvio che c’è una sorta di responsabilità oggettiva, alla stregua di un amministratore in una società».
Senta, lei aveva annunciato in campagna elettorale che in caso di rinvio a giudizio si sarebbe dimesso. Lo conferma?
«Vedremo ciò che accade passaggio per passaggio. Sul piano personale non mi viene contestato nulla, ogni cosa è legata al ruolo che svolgevo come capogruppo. E in ogni caso, farò una valutazione con il partito».
Che cos’è, un passo indietro?
«No. Se si analizza con attenzione ciò che è accaduto si comprende quanto sia importante, in questa vicenda, il ruolo politico assegnato ai capigruppo».
Ci spiega che tipo di consulenza era quella assegnata al signor Zecchetto? E in che cosa consisteva lo studio su immigrati e mercato del lavoro?
«Zecchetto è una persona con esperienza sulle tematiche relative alla presenza di stranieri in Lombardia. Per noi ha seguito aspetti legati alla legislazione su luoghi di culto, call center, legge Harlem, edilizia pubblica e altro ancora. Aveva un contratto a progetto e lavorava per il gruppo del Pd anche nel mandato precedente».
La consulenza era quindi un modo per potere averlo come collaboratore.
«I magistrati ci hanno contestato un solo rapporto di lavoro su tutti quelli in essere. La legge prevede, per i gruppi in Regione, la possibilità di avere personale dipendente o collaboratori».
A Como c’è stato un certo silenzio nel Pd sul suo caso. Lei non ha ricevuto pubblici attestati di stima dai suoi compagni di partito. Che ne pensa?
«Nulla. In questa vicenda, lo ripeto, non ci sono contestazioni alle persone, sono in discussione semmai le scelte fatte ricoprendo il mandato di capogruppo».

Da. C.

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