«Nessuna sentenza mi ridarà Giacomo»

Le reazioni – «Il pentimento pronunciato in aula? È falso, non ci credo»
All’uscita dal tribunale il dolore del padre dell’imprenditore ucciso
Alberto Arrighi è stato condannato ieri pomeriggio a 30 anni di carcere. Impassibile, in piedi, attorniato dagli agenti della polizia penitenziaria del Bassone, l’armiere ha ascoltato la sentenza senza tradire apparentemente alcuna emozione. Glaciale e freddo, nello sguardo come nei movimenti. Immobile. Tranne quando il giudice, Maria Luisa Lo Gatto, ha ricordato che con il carcere, la libertà vigilata e il risarcimento dei danni alle vittime, Arrighi avrebbe dovuto anche scontare la perdita della

patria potestà.
In quel momento, ha riferito chi era in aula, il 41enne omicida ha abbassato la testa, sentendosi colpito a sua volta in modo probabilmente irreparabile.
Arrighi ha capito forse cosa significhi “perdere” i propri figli. Ma se avesse voluto comprenderlo in maniera autentica avrebbe dovuto volgere gli occhi verso Luigi Brambilla, il padre di Giacomo, in lacrime dopo aver ottenuto la giustizia degli uomini. «L’ho cercato, quello sguardo – ha detto Brambilla – ma lui non si è mai girato verso di me. Ho sempre e soltanto visto un profilo».
Al termine dell’udienza, dopo aver sussurrato poche parole davanti alle telecamere, Luigi è uscito dal Tribunale accompagnato dal figlio Matteo e dalla moglie Maria. Pochi passi, una tensione ancora troppo forte, la necessità di appoggiare le spalle per qualche istante sul muro all’ingresso del palazzo di giustizia. «Nessuno mi ridarà Giacomo – dice – Nessuna sentenza, nessun giudice». Luigi Brambilla ha gestito per decenni lo storico distributore di benzina di viale Lecco, raso al suolo per fare posto al gigantesco autosilo del Valduce. Chi lo ha conosciuto al lavoro lo ricorda come un uomo attivo, forte, allegro. Oggi Luigi è chiuso nel dolore, piegato dal ricordo di quel figlio ucciso in modo disumano.
«Non si ammazza una persona in questo modo – ripete – non uno come Giacomo, che non avrebbe mai fatto male a nessuno».
La sentenza di ieri pomeriggio è tutta racchiusa in queste parole. Pronunciate sullo sfondo di una giornata ormai senza luce, fredda come una qualunque giornata di febbraio.
D’altronde, come raccontare diversamente il processo ad Alberto Arrighi? Il rito abbreviato travolge ogni possibilità di costruire una narrazione dei fatti che sia autentica. Le sentenze deliberate in nome del popolo italiano vengono pronunciate in aule dove il popolo non c’è, se non rappresentato da figure istituzionali (giudici e pm) e dalle parti in causa.
È contraddittorio, questo sistema di amministrare la giustizia. Storicamente, il processo penale è sempre stato pubblico. Innanzitutto a garanzia dell’imputato. E del corpo sociale.
La degenerazione della giustizia spettacolo, quella in cui gli studi televisivi sono trasformati in aule di Tribunale, non c’entra nulla. Arrighi andava giudicato davanti ai comaschi, sotto gli occhi di amici e conoscenti. Anche per cancellare o quantomeno indebolire la fierezza di un gesto insano. Il pentimento – vero o presunto dell’omicida – doveva essere ascoltato da chi avrebbe avuto la possibilità (e la capacità) di comprenderne il significato autentico.
Nulla di tutto questo. Il rito abbreviato, il processo celebrato in camera di consiglio ha azzerato ogni possibile racconto.
Ha chiuso in un recinto inaccessibile il dibattimento. Le ragioni dell’accusa e le repliche della difesa. E non è soltanto la recriminazione di chi, per lavoro, scrive e, appunto, racconta. Per quanto il pm Antonio Nalesso, pochi minuti prima di entrare nuovamente in aula, negasse questa circostanza. «Non credo che sia così», ha detto il sostituto procuratore rispondendo a una domanda specifica.
Ieri pomeriggio, il gigantesco androne del Tribunale era semplicemente spettrale. Lungo la panchina di ferro e cemento addossata alla grande aula della Corte d’Assise, i familiari di Giacomo Brambilla hanno atteso la sentenza con una dignitosa compostezza. Ma soli. Sostenuti dagli avvocati e da Domenica Marzorati, la moglie del benzinaio ucciso l’anno scorso da Arrighi, preoccupata giustamente del figlio dodicenne, affidato alla zia e anch’egli in attesa di conoscere il verdetto contro l’uomo che gli ha strappato per sempre l’affetto del padre.
Il grigiore diffuso di un Tribunale deserto è stato rotto soltanto dal passaggio del nuovo procuratore capo, Giacomo Bodero Maccabeo, che attorno alle 17 ha attraversato il grande atrio accompagnato dalla scorta. E, ancora, dalle parole di Luigi Brambilla, incapace di accettare l’assurdità del gesto di Arrighi.
«Il pentimento pronunciato in aula? – dice il papà di Giacomo – È assolutamente falso, non ci credo. Tutto costruito ad arte dagli avvocati. L’ho guardato a lungo, ma non si è mai girato. Se fosse stato veramente dispiaciuto di quello che ha fatto sarebbe dovuto venire da me, si sarebbe dovuto avvicinare, me l’avrebbe dovuto dire guardandomi negli occhi. Non l’ha fatto, era tutto una bugia». Il discorso di verità di Arrighi non c’è stato. Di questa storia resta soltanto il pianto di un uomo disperato.
dcampione@corrierecomo.it

Nella foto:
Alberto Arrighi. Ieri, poche ore prima della condanna, ha per la prima volta chiesto perdono ai parenti della vittima, Giacomo Brambilla

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