Cronaca

«NON ABBIAMO NULLA DA TEMERE»

Milano 24 marzo 2010, processo d'appello per la strage di Erba, Rosa Bazzi e Olindo Romano  tra le guardie carcerarie vengono condotti in aula

di MAURO PEVERELLI

La replica affidata al maggiore dei fratelli, Pietro
Olindo e Rosa, in gabbia, non muovono un muscolo. Oggi, giorno in cui parla la difesa, come quando ad accusarli era stato il sostituto procuratore generale Nunzia Gatto. Ma il clima – che sembra non toccare i due coniugi – è invece elettrico e coinvolge tutti gli altri presenti. Dai giudici – togati e non – che non si perdono una sola sillaba pronunciata dall’avvocato Fabio Schembri, fino alle vittime della mattanza di via Diaz. In particolar modo la famiglia Castagna, Carlo e i figli Pietro e

Giuseppe, che hanno vissuto in quel di Milano una giornata particolarmente intensa, in aula e pure fuori dalla Corte d’Assise d’Appello.
A partire dalla mattina, quando Giuseppe si avvicina a un balcone del palazzo di giustizia. Sul terrazzo c’è un collaboratore dell’avvocato Schembri. Lo scambio di battute si fa subito acceso: «Ma come potete dire che sono innocenti?», dice Giuseppe. «Per me lo sono». «Ma se Frigerio ha detto subito che è stato Olindo?». «Io non l’ho sentito il nome Olindo prima dell’intervento di Gallorini». Il clima si fa infuocato, le mascelle tese. Serve l’intervento di Pietro, per strappare il fratello Giuseppe dallo scontro. Discussione che coinvolge in aula, poco dopo, anche papà Carlo, quando al termine dell’udienza un uomo tra il pubblico dice: «Bravo Fabio», riferito all’avvocato Schembri. Carlo Castagna è seduto poco davanti a lui e reagisce. «Ma bravo cosa? Si vergogni». E l’uomo uscendo dall’aula: «Il diritto alla difesa è di tutti». E siamo solo alla mattina. Nel pomeriggio il clima non cambia, grazie anche ai molti riferimenti fatti dalla difesa proprio alle teorie alternative della strage, che chiamano in causa la famiglia Castagna e le inimicizie di Azouz maturate in carcere. Carlo Castagna e i figli scuotono la testa, a Pietro a un certo punto scappa anche un ripetuto «Non è vero». Ma l’occasione per replicare arriva poco dopo le 16, quando l’avvocato Schembri ha da poco ultimato l’arringa.
All’uscita dall’aula, infatti, tutti i microfoni sono per i due fratelli, che rispondono a turno alle domande dei cronisti.
«A sentire loro sembra tutta un’altra storia – attacca Pietro – La loro strategia è depistare e insinuare. Che facciano pure il loro lavoro, del resto ci aspettavamo questo attacco diretto, anche altrimenti cos’altro avevano da offrire? L’unico modo era alzare i toni, anzi, ci aspettavamo che li alzassero ancora di più».
Interviene Giuseppe: «Ricordatevi le parole scritte da Olindo sulla Bibbia: “Dobbiamo seminare dubbi, incertezze e caos”: è quello che stanno facendo». Poi un esempio: «L’avvocato Schembri ha parlato in aula della Panda di mia madre. Il legale ha riferito di una nostra preoccupazione nello sbarazzarci subito dell’auto dopo la strage. Ebbene, l’abbiamo fatto solo perché non volevamo vedere la macchina della mamma ferma in cortile. La cosa ci faceva soffrire. C’è anche una intercettazione tra me e mio padre in cui io dico “potremmo regalarla alla Croce Rossa”. Non penso che donare una macchina alla Croce Rossa sia grave. Addirittura fino a due settimane fa la difesa era convinta che l’avessimo fatta demolire. Questo è solo un esempio del fumo di cui parlavo». Interviene Pietro: «Non mi dimenticherò mai la frase del signor Romano quando gli chiesero che sensazione provò ammazzando. Rispose che era stato come ammazzare dei conigli. Questa dichiarazione non può essere stata indotta. Perché uno dice una cosa del genere? È la frase che ci ha fatto più male. Per noi quelle persone valevano tantissimo. Quelli della difesa è giusto che facciano loro lavoro. Tutti devono avere una difesa, ma deve anche esserci un limite morale. A Garlasco, per esempio, nessuno degli avvocati del signor Alberto Stasi ha puntato il dito contro altri. Hanno fatto il loro lavoro provando che il loro assistito era innocente. Punto. Qui invece stiamo parlando di un processo dove per la difesa tutti erano coalizzati contro i poveri signori Romano: sui carabinieri si insinuano cose gravi, Frigerio non è attendibile, noi non abbiamo orari che coincidono su quella sera. Ma se io avessi avuto la necessità di trovarmi un alibi con mio padre e mio fratello, avrei accordato in modo perfetto gli orari, li avremmo dati precisissimi». La palla torna a Giuseppe, il più arrabbiato dei due: «La verità è solo e soltanto una. Inutile raccontarci storie: Schembri è un ottimo oratore, bravissimo e molto incisivo. Ha perorato la causa dei suoi assistiti e questo gli fa onore, è difficile cercare di difendere dei mostri, perché questo sono Olindo e Rosa. Ma cosa ha fatto in realtà? Ha tagliato e cucito una serie di cose nel modo che più gli era consono». «Parliamo dei moventi? – prosegue Giuseppe – Il nostro, per uccidere sorella, madre e nipote, sarebbero stati i litigi con Raffaella perché voleva andare in Tunisia. Ma che movente è? La verità è che non ci sono moventi. Ognuno di noi faceva la propria vita, mio padre accompagnava Raffaella a trovare Azouz in carcere fino a pochi mesi prima. Youssef giocava con i miei figli, con Pietro. E perché Gallorini avrebbe dovuto aiutarci? Chiariamo una cosa: non è vero che il luogotenente è amico di mio padre come ha scritto Pino Corrias nel suo libro sulla strage (“Vicini da morire”, ndr). Ha sbagliato, mio padre e Gallorini si conoscevano di vista. Tutti invece, nella difesa, dimenticano il movente vero della strage, ovvero l’udienza che ci sarebbe stata dopo pochi giorni e che chiamava in causa Rosa e Olindo. Raffaella era anche stata inseguita dai Romano in auto mentre si trovava sul treno, ma la difesa ha avuto il coraggio di minimizzare». Riprende la parola Pietro. «L’avvocato Schembri è un fantastico oratore, ma se uno va a guardare i fatti e non le supposizioni le cose sono andate in maniera ben diversa. Alla fine ha anche tirato in ballo le intercettazioni della mamma di Azouz, una signora che noi abbiamo visto solo ai funerali di Raffaella e che parla sono il tunisino, dove lei dice “Il mio cuore mi suggerisce che è stato il fratello di Raffaella”».
E a proposito di intercettazioni: «So che quelle chieste dalla difesa su di noi non sono agli atti ma a questo punto sono io a sperare che le facciano sentire. Ma poi bisogna anche contestualizzarle. Ieri sera un tg nazionale ha fatto sentire una intercettazione presa da una mia battuta. Dopo tre giorni dalla strage il mio cellulare era bollente, giornalisti come voi mi chiedevano in continuazione “Secondo voi chi è stato?” Immaginatevi la nostra situazione e come stavamo in famiglia. Alla ventesima telefonata ho risposto solo con “Sarà stata la Franzoni”. Una battuta stupida, sicuramente, ma in un contesto ben preciso in cui avevo i nervi a fior di pelle». Poi Pietro ribadisce: «Parlo a nome della famiglia Castagna: se la difesa deve acquisire qualsiasi cosa che lo faccia, noi non abbiamo nulla da temere».
La chiusura è perentoria: «Se l’avvocato Schembri riuscirà a dimostrare che la verità non è questa e che non sono stati i Romano, poi ne parleremo. Ma pensi a discolpare loro, non a gettare il fango su altri che fino a prova contraria sono vittime».

Nella foto:
Rosa Bazzi e Olindo Romano ieri mattina nel cortile del palazzo di giustizia milanese prima dell’udienza (Foto Sergio Baricci)
25 marzo 2010

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