«Non badate al disagio del viaggio, ma alla fiducia nel vostro ospedale»

La ricorrenza – Il 30 settembre di un anno fa iniziava il trasloco da via Napoleona a via Ravona. Primo bilancio della nuova struttura con il direttore amministrativo
Gioia: «Il mio sogno è un paziente che arriva cinque minuti prima della visita e che in mezzora se ne va con il referto»
«Non conoscevo Como. Fuori se ne parla poco perché è una città chiusa nell’ambito del suo territorio. Lavorandoci, attraverso l’ospedale, ho trovato un’offerta di grande livello. Questo significa che possiamo dare lustro a Como anche oltre i suoi confini». Salvatore Gioia, laurea in Giurisprudenza, 44 anni, è da quasi cinque direttore amministrativo dell’azienda ospedaliera Sant’Anna. Ha gestito, tra l’altro, il passaggio dalla struttura di via Napoleona a quella di via Ravona. Di questo

e di molto altro ragioniamo a pochi giorni dal primo compleanno del nuovo ospedale: il 30 settembre, quando iniziò il trasferimento.
Dottor Gioia, cosa ricorda di quel primo giorno di trasloco in termini di coinvolgimento personale?
«Non è stato un trasloco, ma un sogno che si avverava; la conclusione di una fase e l’apertura di un’altra, più bella. Trasloco è riduttivo. È stato un trasferimento di competenze e di mentalità, in parte nuove, in un contenitore inedito. Mi ha personalmente coinvolto questo concetto di cambiamento organizzativo, al centro del quale veniva davvero messo il paziente che non deve più sobbarcarsi spostamenti logistici e che deve trovare soddisfazione alla sua domanda di salute. C’è stata una lunga marcia di preparazione. Alla fine, il successo è venuto grazie a un grande lavoro corale. Tutta l’orchestra ha suonato singoli strumenti su una partitura condivisa da ogni orchestrale».
Qualche mese fa lei ha detto che il trasloco, o trasferimento, non è stato un punto di arrivo, ma una partenza. In che senso?
«Nel senso che questa nuova mentalità ha bisogno di crescere e di svilupparsi. Il modello teorico deve diventare sempre più concreto. Dobbiamo offrire un servizio migliore, anche dal punto di vista qualitativo, al cittadino. Non solo per quanto riguarda il ricovero, ma anche l’attività ambulatoriale. E questa è una partita da giocare ancora fino in fondo. Il mio sogno è un paziente che arriva cinque minuti prima della visita fissata e che in mezzora se ne va, ottenendo subito il referto».
Faccia un bilancio il più possibile disincantato su cosa funziona bene e cosa va ancora migliorato
«Io sono un perfezionista, per certi versi “mai contento”. Forniamo un servizio di alto livello rispetto a prima, ma ogni cosa è migliorabile. E poi l’ospedale Sant’Anna non è tutto. Sarà sempre più importante, se tali diventeranno anche gli altri presidi e servizi sanitari sul territorio».
Che cosa ha superato le sue aspettative nel dopo-trasloco?
«Mi aspettavo un periodo più lungo di assestamento, soprattutto per quanto riguarda l’erogazione dei servizi sanitari di tipo alberghiero. Temevo che la macchina non funzionasse subito. In un mese tutto è andato a regime, anche la giusta temperatura delle vivande».
Che cosa invece è stato motivo di delusione?
«I pavimenti. In tutta onestà, non mi aspettavo che si formassero le famose “bolle”…».
Alcune situazioni logistiche, però, sono state spesso criticate. Faccio un breve elenco. Qualche spazio inadeguato (la sala gessi, per dirne una), l’autosilo per “lillipuziani”, tanto sono angusti gli spazi, la sede tardiva dell’elisoccorso in loco, la strada, la tettoia per il percorso pedonale dall’autosilo all’ingresso dell’ospedale…
«…Alcune di queste situazioni sono in via di soluzione, altre richiedono l’intervento di diversi attori istituzionali. Sul parcheggio potrei cavarmela dicendo che non ho fatto io il progetto, ma evito questo tipo di risposta. Probabilmente ci sono stati aspetti non valutati, disponendo peraltro di risorse non infinite… Io avrei previsto spazi più ampi per le auto, ma quelli esistenti rientrano comunque negli standard. Certo, ne risente un’utenza più “fragile” e di questo mi rendo conto. Ci stiamo lavorando, ma non dal punto di vista strutturale. L’autosilo è quello».
I pazienti più anziani sembrano restii a venire fin qui, se non è strettamente indispensabile. Ma ci sono visite o esami diagnostici che lo richiedono…
«Mi rendo conto del disagio che può comportare l’ubicazione del nuovo ospedale. Il mio messaggio è: “Più che al disagio del viaggio, pensate alla fiducia che potete avere nel vostro ospedale”. Abbiamo grandi professionisti, siamo in grado di garantire cure di alto livello, abbiamo cambiato completamente il parco tecnologico strumentale… Poi, senza polemica, vorrei dire che mi aspetto un supporto informativo anche da altre istituzioni. Quanti sanno che il nostro centro prelievi di via Napoleona lavora anche al sabato? Sarebbe auspicabile una campagna di pubblica utilità».
Se lei avesse la bacchetta magica, che cosa cambierebbe del nuovo Sant’Anna?
«Con una battuta le rispondo che la bacchetta magica ce l’ho, dovendo far quadrare un bilancio da 300 milioni di euro all’anno, suppergiù con 3.500 dipendenti. In realtà, rifarei tutto. Abbiamo fatto tutto ciò che si doveva. La nostra bacchetta magica si chiama “responsabilità”. È sufficiente che ognuno faccia al meglio il proprio lavoro ed ecco la migliore magia possibile. Questo vale, a maggior ragione, per chi ha deciso di servire lo Stato e i cittadini prima che se stesso».
Se i comaschi potessero ascoltarla, che cosa direbbe loro?
«Metteteci alla prova tutti i giorni in ciò che sappiamo fare meglio: i servizi sanitari. Criticateci, ma valutando sempre che gli uomini passano e le istituzioni restano. E l’ospedale è un vostro patrimonio».
C’è un motivo di orgoglio ad essere qui?
«Sono motivi di orgoglio essere qui, lavorare qui, constatare quanto è stato fatto qui. Insieme abbiamo realizzato qualcosa che qualcuno ha definito “epocale”. È stato fatto con le risorse a disposizione e funziona. E io spero che funzioni sempre meglio».

Marco Guggiari

Nella foto:
Il trasferimento dei pazienti dal vecchio Sant’Anna al nuovo ospedale di via Ravona. L’operazione, iniziata il 30 settembre 2010, si è conclusa il 4 ottobre, quando il presidio sanitario di San Fermo è entrato a pieno regime

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