Cronaca

«NON È UN PROCESSO COME GLI ALTRI»

di MAURO PEVERELLI

L’atmosfera di ieri mattina a milano
La ragazza, jeans aderenti e tacchi a spillo che sfidano la gravità, entra dalla porta. Un’amica le fa segno di avvicinarsi allo steccato. Le indica la gabbia. Sorridono. Una cerca anche di prendere il telefonino per immortalare il momento, ma una guardia la ferma. È vietato. Non siamo in uno zoo. E in gabbia non ci sono animali rari, bensì Rosa e Olindo. Uno vicino all’altro. Senza mai voltarsi verso il pubblico, con gli occhi puntati sul presidente della Corte d’Assise d’Appello che legge

la relazione sintetizzando la sentenza dell’ergastolo letta a Como e i motivi del ricorso di fronte ai giudici del secondo grado. Milano, 17 marzo 2010. Si è aperto così il processo per la strage di Erba. Il palazzo di giustizia è cambiato, non più il piccolo Tribunale di Como, ma la “cattedrale” meneghina. Un labirinto di scale, piani e aule in cui non perdersi è difficile tanto quanto trovare un parcheggio. L’attrazione di oggi, anche per i dipendenti del palazzo di giustizia affacciato su corso di Porta Vittoria, abituati a ogni tipo di spettacolo, sono proprio loro due, quelli che per l’opinione pubblica in grande maggioranza sono i “mostri di Erba”. Il via vai nell’aula angusta e buia, dove nemmeno i microfoni funzionano – una collocazione forse studiata a tavolino per evitare, usando le parole utilizzate del presidente della Corte Maria Luisa Dameno, che «l’aula si trasformi in un set televisivo per le riprese, anche perché processi mediatici in questa vicenda ce ne sono stati già fin troppi» – è continuo.
Dipendenti del Tribunale, come detto. Ma anche la gente comune e l’immancabile schiera di telecamere e microfoni di tutti i media nazionali, trasferitisi dal Lario a Milano, al processo di secondo grado, ultimo snodo prima di una eventuale Cassazione e della parola fine sul massacro di quattro persone in una sera del dicembre 2006.
Rosa e Olindo, nella gabbia, hanno un cestino con il loro “rancio” avvolto in un sacchetto trasparente: due mandarini, due panini, due bottiglie di acqua naturale e due snack al cioccolato. Olindo indossa pantaloni grigio verde, una giacca grigio scuro, una camicia. Rosa ha invece giaccone beige, scarpe da ginnastica bianche, pantaloni color ghiaccio. Lui appare sofferente. Lei in buone condizioni, con i capelli in ordine e ben curati. I coniugi decidono di non parlare. Potrebbero rilasciare dichiarazioni spontanee, come fecero in primo grado. Invece si limitano a guardare con attenzione la Corte e a seguire la relazione senza perdersi un secondo.
Olindo prende le mani di Rosa, poi le mette un braccio attorno alle spalle. Rosa invece è concentrata sull’udienza. Ogni tanto scuote la testa in segno di disappunto, ogni tanto ride. Come quando, al ricordo delle visite psichiatriche in carcere sottolineate dal sostituto procuratore generale (46 per la Bazzi, 42 per il Romano) sembra esclamare: «Ti ho battuto». Sedute davanti ai coniugi ci sono tutte le vittime indirette della strage, tranne Mario Frigerio, il supertestimone che ha invece deciso di non scendere a Milano per evitare ulteriore stress. C’è invece Azouz Marzouk, il tunisino marito di Raffaella Castagna e padre del piccolo Youssef, che oggi sta cercando di ricostruirsi una vita dopo essersi risposato. È in attesa di un figlio, che nascerà tra pochi mesi e che chiamerà Youssef. Azouz, in jeans e scarpe da ginnastica bianche con vistosissime stringhe giallo fosforescente, entra in tribunale, vede Carlo Castagna, lo abbraccia. «Mi spiace per quello che hanno fatto a lei e alla sua famiglia», dice riferendosi alla difesa e ai motivi d’appello depositati in cui viene chiamata in causa, come pista alternativa, proprio la famiglia delle vittime. C’è anche Elena Frigerio, la figlia del supertestimone. È senza il fratello Andrea. I microfoni le strappano una veloce battuta: «Per me i colpevoli sono loro, non ho mai cambiato idea». Poi Carlo Castagna lascia Azouz e si avvicina agli avvocati della difesa, Luisa Bordeaux, Fabio Schembri e il nuovo entrato Nico D’Ascola, che ha preso il posto di Enzo Pacia, scomparso lo scorso ottobre. Castagna dice loro di non aver gradito la chiamata in causa della sua famiglia. D’Ascola replica che la difesa, in quanto tale, ha diritto di utilizzare i mezzi che ritiene più opportuni. Lo scambio di battute, lontano da orecchie indiscrete ma vicino ad occhi curiosi, sembra cordiale. Poi lo stesso Castagna, affiancato dai figli, viene avvicinato dai soliti microfoni. «Quello che è stato fatto nei nostri confronti ha un solo marchio, quello dell’infamia e della calunnia. Con Azouz ci siamo abbracciati. Gli ho ribadito la volontà di donare alla Caritas la casa della strage, ho chiesto la sua disponibilità e mi ha risposto che quando avverrà vorrà essere presente».
Suona la campanella. Si torna in aula. I curiosi aumentano. Perché questo, anche se siamo a Milano, per usare le parole di un addetto alla sicurezza dell’aula, «non è un processo come gli altri». E i camion delle televisioni che si vedono dalle vetrate del palazzo sono lì a ricordarlo.

Nella foto:
Palazzo di giustizia di Milano: i giornalisti intervistano l’avvocato Vincenzo D’Ascola, legale di Olindo e Rosa (Foto Mv)
18 marzo 2010

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