«Non sappiamo più che cosa sia il teatro»

Personaggi Domani sera in piazza Verdi Franco Branciaroli mattatore nel capolavoro di Ronald Harwood “Servo di scena”
Franco Branciaroli è un titano della scena e non usa giri di parole per descrivere lo stato, a suo parere sconfortante, del teatro di prosa in Italia. Già al fianco di nomi del calibro di Carmelo Bene, Luca Ronconi e Giovanni Testori (nella storica compagnia del Teatro degli Incamminati) al Sociale di Como, domani alle 20.30 (ingresso 27 euro), Branciaroli porta Servo di scena, uno dei più celebri testi teatrali del drammaturgo Ronald Harwood, che curò anche l’adattamento cinematografico dell’omonimo film di Peter Yates, del 1983, interpretato da Albert Finney e da Tom Courtenay.

Branciaroli interpreta Sir, un vecchio attore shakespeariano il cui ultimo trionfo quale “miglior Amleto” risale al 1929. Ora, in una Londra nel pieno della Seconda Guerra Mondiale e terrorizzata dai bombardamenti, Sir si appresta a portare in scena l’ennesimo Re Lear. Colpito da malore proprio alla vigilia della prima, Sir sembra sul punto di mollare tutto. Al suo fianco resta solo Norman, il fedele servo di scena, che lo assiste sino alla fine.
«Bisogna calare questo spettacolo nell’Inghilterra del tempo – spiega Branciaroli – ma per la Londra contemporanea, o almeno per quella di 20 anni fa, Servo di scena è ancora uno spettacolo che commuove profondamente perché il teatro, per gli inglesi, è una cosa serissima. Il teatro, per il pubblico anglosassone, è una forma di conoscenza: non si può certo dire lo stesso degli italiani. Per gli inglesi il teatro è un pilastro della lingua, lo si studia a scuola, lo si pratica fin da bambini. In Italia è più facile che, di fronte al dramma di Sir, si faccia gli spiritosi, se non addirittura i cinici».
Perché ritiene sia così desolante il panorama teatrale? Manca il coraggio?
«No, manca una soprintendenza, qualcuno che abbia reale conoscenza di che cosa sia il teatro. In Italia tutti possono diventare direttori teatrali, c’è assoluta mancanza di sapere, non ci sono specialisti. Il teatro è diventato un mero contenitore; la verità è che non sappiamo più che cosa sia il teatro. Un altro aspetto è che non abbiamo drammaturghi, l’ultimo è stato Pirandello. Se pensiamo poi che De Filippo è contemporaneo di Beckett…».
In che senso “Servo di scena” ha poco a che fare con il pubblico italiano?
«Lo spettacolo si appoggia a Re Lear, a una bandiera del teatro inglese. Le tre donne protagoniste di Servo di scena rimandano alle tre figlie del Re e la morte del protagonista diventa il simbolo della fine dell’Impero inglese. La cosa sbalorditiva è che a Londra, come si evince nella pièce, la gente andava a teatro anche sotto i bombardamenti. Da noi si entrava in chiesa, mentre gli inglesi andavano a teatro perché lì sentivano l’appartenenza al proprio Paese: il teatro era il luogo della patria».
Come si spiega allo spettatore italiano quest’amore viscerale per il teatro?
«Il testo dà per scontato che si conosca bene Re Lear ed è inoltre un bell’esempio di commedia “di conversazione”, una costruzione che gli inglesi padroneggiano».
La scenografia della pièce è di Margherita Palli, una vera maestra, ma c’è chi ha detto che per il teatro basta una lampadina.
«È un’altra controprova dell’assoluta ignoranza di che cosa sia il teatro. Certo che si può usare solo una lampadina se sulla scena parla Beckett. Ma quando si fa Amleto? Piuttosto che risparmiare sulle scene, sarebbe bene tagliare i mostruosi compensi che prendono certi direttori teatrali. Per non parlare dei finanziamenti dello Stato: la prosa è l’ultima ruota del carro».

Katia Trinca Colonel

Nella foto:
Franco Branciaroli nella pièce Servo di scena del drammaturgo Ronald Harwood

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