«Nube di Chernobyl, ecco come agì la nostra task-force»

Parla Giovanni Giannattasio, all’epoca direttore sanitario di Sant’Anna e Ussl
Con sorpresa e con angoscia, venticinque anni fa, i comaschi, e non soltanto loro, si rendevano conto per la prima volta della cosiddetta globalizzazione, cioé di quanto le distanze nel mondo si fossero accorciate. E del fatto che una situazione verificatasi a migliaia di chilometri di distanza potesse interessare direttamente la propria vita, fino a minacciarla.
Il 26 aprile 1986 avveniva infatti a Chernobyl, in Ucraina, il più grave disastro nucleare della storia con la fissione del nucleo

di uranio. Nei giorni seguenti, una nube di materiale radioattivo uscita dal reattore numero 4 della centrale interessata al problema si spingeva ben oltre il pur vasto territorio dell’Unione Sovietica, fino a giungere in Italia e sul Lario.
Tutta colpa dei venti, che soffiavano da Est verso Ovest: una circostanza davvero rara, che si verifica – in media – soltanto tre volte ogni cinque anni. Il 3 maggio la nube che portava con sè i radioisotopi (Cesio137, Iodio131, Stronzio90) si trasformava in pioggia e il terreno della nostra provincia venne inevitabilmente contaminato.
Nel Comasco scattò un’emergenza senza precedenti, tale da superare anche la grande paura della nube di diossina, sprigionata dieci anni prima all’Icmesa di Seveso. L’allarme, nella sua fase acuta, durò per una decina di giorni.
Giovanni Giannattasio, oggi 84enne, era all’epoca direttore sanitario dell’ospedale Sant’Anna e, nel contempo, coordinatore dell’Ussl (l’attuale Asl), dunque la massima autorità pubblica del settore. Nativo di Trinitapoli, oggi provincia di Barletta-Andria-Trani, vanta tuttavia – come tiene a dire lui – «sessant’anni di “comascheria”». Libero docente di Igiene e specializzato in Medicina del lavoro, oltre che in Igiene e tecnica ospedaliera, accetta di rievocare quei giorni difficili.
Professore, come affrontaste l’emergenza?
«Ci demmo da fare, organizzando una piccola task-force di cui facevano parte, oltre al sottoscritto, Augusto Cirla (primario del servizio di Radiologia del Sant’Anna) Angelo Ostinelli (responsabile della sezione di Fisica sanitaria della Medicina nucleare) e Antonino Zingales, a cui faceva capo la tutela della salute negli ambienti di lavoro».
Come vi organizzaste, privi com’eravate di punti di riferimento?
«Facemmo ripetuti sondaggi, saggiando la presenza nel terreno e in prodotti destinati alla catena alimentare, di radionuclidi predittivi. Era essenziale rilevare eventuali progressioni. Fortunatamente, poi, il vento mutò direzione, ma proseguimmo a lungo sulla via delle indagini, con prelievi di ortaggi, verdure, latte e derivati, quali mozzarelle e latticini, e poi carni bovine e ovine. Facemmo ispezioni nei mercati. Prelevammo campioni di acqua del lago e di acque reflue».
La Regione Lombardia vietò il consumo di verdure a foglia larga e di carne di coniglio. Voi avevate un piano ulteriore nel caso in cui le cose fossero peggiorate?
«No, francamente, non avremmo potuto fare molto di più».
Che cosa la preoccupava maggiormente?
«Inizialmente l’ignoranza degli effetti di questa contaminazione. Ero consapevole di un possibile, ulteriore, sviluppo che per fortuna non ci fu».
Qual era la domanda più ricorrente della gente?
«I genitori erano preoccupati per i loro bambini, ma i media li tenevano costantemente aggiornati sugli sviluppi. Noi non fummo assediati».
I controlli del dopo-Chernobyl proseguirono con proiezioni epidemiologiche, vale a dire con l’osservazione nel tempo dell’aumento di patologie tumorali. E durano tuttora: ogni mese sono prelevati campioni di latte ed è monitorato il pesce di lago, come è emerso affrontando il problema del nuovo incidente nucleare a Fukushima, in Giappone.
Cos’ha lasciato Chernobyl, nel bene e nel male?
«Ha favorito l’intensificarsi della medicina preventiva, in special modo per scongiurare i tumori, soprattutto alla tiroide. Quell’emergenza generò una più spiccata sensibilità per la prevenzione».

Marco Guggiari

Nella foto:
La lapide che ricorda l’incidente di Chernobyl a poca distanza dalla centrale nucleare

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