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Lo scandalo del forno crematorio di Biella: una moglie di Como lotta per avere giustizia

Secondo il consulente della Procura di Biella «l’estrazione e la caratterizzazione del Dna da corpi altamente combusti risulta essere difficoltosa». Motivo per cui individuare «presumibili ed identificabili persone offese del reato dei fatti oggetto di imputazione» è impossibile. Anche se l’urna con le ceneri non è mai stata ispezionata. Anche se le parti lese non sono mai state sentite. Anche se l’identificazione del Dna è stata definita «difficoltosa», non impossibile. E anche se, in quel forno, la salma c’è comunque arrivata e da lì è comunque uscita. Ma tant’è.

La Procura di Biella, con questa motivazione, ha chiesto l’archiviazione in merito alle ipotesi di reato a carico di quattro indagati accusati di truffa e distruzione, soppressione o sottrazione di cadavere. Archiviazione cui i parenti si sono opposti, chiedendo al giudice delle indagini preliminari di esprimersi. Andiamo con ordine, partendo dalla vicenda che riguarda lo scandalo che nel 2018 travolse il forno crematorio di Biella e l’impresa funebre che allora vi operava. I presunti responsabili furono arrestati e indagati per i sospetti di gravi irregolarità nella gestione delle cremazioni. Si ipotizzava addirittura che le ceneri dei defunti fossero state confuse, mischiate o persino gettate tra i rifiuti, il tutto per velocizzare le operazioni e intascare più soldi. Cosa c’entra tutto questo con Como?

Le problematiche legate al forno crematorio del Cimitero Monumentale avevano spinto molti parenti a cremare i propri cari a Biella. Quelle stesse vittime che poi scoprirono – in seguito al blitz dei carabinieri – ciò che era avvenuto. Furono molti i comaschi che presentarono denuncia, alcuni tramite il Codacons, altri in modo autonomo, per chiedere che fine avessero fatto le ceneri dei propri cari. In queste settimane, da Biella, è arrivata la notifica che nessuno si augurava, che aggiunge la beffa al dramma già vissuto: «Richiesta di archiviazione» perché non è possibile individuare le parti lese.

Una moglie di Como, che a Biella aveva portato il marito morto proprio nel periodo incriminato (la data della presunta cremazione era stata il 4 ottobre 2018) si è però opposta con forza, ed ora chiede al gip un supplemento di indagine. Fascicolo che era stato tenuto separato da quello principale, ma non per questo meno importante visto che i fatti su cui si indagava erano i medesimi. «È pacifico (che la mia assistita, ndr) rientri tra le persone offese dal reato», ha tuonato il legale nel suo atto di opposizione. Anche perché il periodo di consumazione dei presunti illeciti arrivò fino al 26 ottobre, quindi oltre 20 giorni dopo la cremazione della salma in arrivo da Como. «Peraltro – scrive ancora il legale – non è stato rinvenuto il verbale di cremazione e consegna dell’urna cineraria… a dimostrazione delle irregolarità nella trattazione della salma». Già basterebbe, per il “riconoscimento” di parte lesa.

Ulteriori dettagli sul Corriere di Como in edicola domenica 20 ottobre

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