Lo stadio, la città, il futuro: il Comune di nuovo sotto accusa

Stadio Giuseppe Sinigaglia (Como), dettaglio parti degradate

Una lettera aperta firmata da undici personalità notissime a Como. Argomento: il futuro dello stadio, alla luce dell’accordo appena siglato dal Comune con la squadra di calcio per un contratto di dodici anni concesso in cambio di un manto d’erba sintetico.

Sul futuro della cittadella razionalista scendono in campo, e la metafora sembra in questo caso alquanto azzeccata, persone che nel capoluogo lariano hanno un peso. Per la loro storia, per la loro collocazione politica, per il ruolo che ancora adesso esercitano nel mondo del lavoro e delle professioni. Persone che, tutte insieme, è difficile non ascoltare.
Il senso della lettera aperta appare chiarissimo, sin dalle prime righe. E non si può negare che, nel suo complesso, sia un affondo molto duro nei confronti delle scelte sin qui compiute dalla giunta di Mario Landriscina.
«Affrontare il tema stadio – si legge nel testo – significa ragionare su un’area di alta valenza strategica per la città pubblica e di straordinario significato per storia e funzioni».

«Nei giorni scorsi sono emersi contributi appassionati e autorevoli che hanno sottolineato la assoluta necessità di una riflessione seria prima di procedere a una concessione di dodici anni, in assenza di un quadro complessivo in cui essa possa essere incardinata». Il riferimento, qui, sembra essere al documento approvato una settimana fa dal consiglio direttivo dell’Ordine degli Architetti, che infatti viene citato espressamente poche righe più sotto.

«Le decisioni assunte dall’amministrazione non hanno considerato queste sollecitazioni. Per trasparenza e dovere civico non possiamo evitare di esprimere il nostro sconcerto e la preoccupazione per l’indirizzo che l’attuale governo cittadino ha scelto. In particolare vogliamo richiamare l’articolato documento redatto dall’Ordine degli Architetti, Pianificatori e Paesaggisti che parla chiaramente di quella che dovrebbe essere la premessa per procedere su un tema di tale portata, sottolineando l’indispensabile necessità di “un filo conduttore pubblico dettato da scelte politiche strategiche per delimitare il disegno urbano della città di Como”. In altre parole, pensare a stadio, Ticosa, San Martino, ex S. Anna, caserme, Politeama, ex orfanotrofio, Mercato e altre aree di proprietà pubblica in un disegno unitario, articolato e coerente, operando scelte che partano dai diffusi bisogni della città, dalla sua evoluzione demografica, dallo stato delle strutture scolastiche, sportive e culturali, da quello dei servizi al cittadino, dalle sue dinamiche economiche, dalla consapevolezza di quanto poche opportunità essa offre oggi ai giovani, dalla sua scarsa attrattività e competitività, dal suo collocarsi tra Milano e il Canton Ticino (che come magneti attraggono le nostre migliori energie)».

I firmatari della lettera insistono quindi sul bisogno di «Ragionare sul disegno urbano complessivo e indirizzarne le scelte. Senza l’alibi che per la città questo possa costituire una perdita di tempo, un “rallentarne la corsa” (!). È vero il contrario – affermano invece gli estensori del documento – le città si fermano se rinunciano a pensare in modo consapevole, organico e coraggioso, al proprio futuro. Senza una visione, senza investimenti indirizzati, Como declina, malgrado un turismo che porta sviluppo in alcune componenti della città, ma rischia di snaturarla a danno dei cittadini, che vengono progressivamente messi da parte».

Sulla base di una premessa così ampia, che traccia una riflessione di carattere più generale sull’urbanistica dei centri abitati, si innesta il discorso sul Sinigaglia, impianto sportivo da sempre inserito nel tessuto cittadino. «Lo stadio è parte fondamentale di questo sistema di scelte. Come sottolineano gli Architetti di Como, l’intera area, con Canottieri e Vela/Motonautica (noi aggiungiamo l’Aero Club e il Tennis di Villa Olmo, connesso grazie alla passeggiata “Lino Gelpi”) è stata pensata nel secolo scorso da illuminati amministratori come uno straordinario “quartiere dello sport”, che andava e va molto oltre il gioco del calcio. Quindi sport, ma anche cultura, arte e architettura, con la valorizzazione della “cittadella razionalista”, che rappresenta un unicum in Europa, a fronte del disinteresse e della sciatteria attuali». Si ripropone, qui, uno dei temi più controversi, fonte di discussione e anche di differenti visioni: l’opportunità di mantenere nel cuore di Como il calcio professionistico, con tutto il suo portato di obblighi, regole di sicurezza e rischi che forse non si addicono più alla situazione attuale.

«Condividiamo anche la necessità di riprovare a ragionare sul tema dello spostamento dello stadio per il calcio professionistico in un’area esterna alla convalle, discusso già in passato, interrogandoci su un punto fondamentale: siamo proprio sicuri che il calcio professionistico di oggi – con le problematiche che lo caratterizzano – sia compatibile con la polifunzionalità (sport all’aperto, cultura, spettacolo e quant’altro) di cui tutti parlano?».

Una domanda, come detto, che molti hanno posto e continuano a porre, e la cui risposta rimane incerta. «Infine una considerazione sulla praticabilità delle idee e delle scelte – concludono gli undici firmatari della lettera aperta sullo stadio aggredendo il tema degli “interessi” economici – Senza rinunciare pregiudizialmente a sinergie tra pubblico e privato, non si pensi all’area privilegiando prospettive di un suo sviluppo immobiliare e commerciale. Qui, come per le altre aree strategiche della città, devono essere prioritari uso e interesse pubblico, perché il diritto alla città del futuro nasce da questo. Una domanda conclusiva: che interesse pubblico può esserci – a motivare una concessione di dodici anni – in un prato in erba sintetica?».

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