L’omicidio di Don Roberto: «Non chiederò mai scusa, è un peccatore»

Ridha Mahmoudi

«Non chiederò mai scusa. Lui, davanti al Signore è un peccatore». L’imputato chiede di parlare a metà pomeriggio, in chiusura della prima udienza. La giornata era stata già particolarmente movimentata, viste le difficoltà della difesa nel poter interloquire con l’uomo accusato dell’omicidio di don Roberto e visti anche un paio di scambi di battute con i testimoni che lo accusavano. Appena Ridha Mahmoudi, tunisino di 53 anni, si siede sul banco degli imputati, inizia il suo ormai noto giro di sproloqui tutti riconducibili al presunto complotto ordito nei suoi confronti per allontanarlo dall’Italia.
Fa in tempo – tra frasi poco comprensibili – a dare la colpa ad altri per «avere creato la tragedia», a parlare appunto del «complotto» nei suoi confronti e poi a rivendicare sostanzialmente quanto avvenuto: «Questi preti…», esordisce. «Non chiederò mai scusa. Lui (don Roberto, ndr) davanti al Signore è un peccatore». E poi ancora: «In carcere hanno tentato di avvelenarmi ma me ne sono accorto… la mia è una storia troppo complicata». Ed in effetti la storia del 53enne complicata lo è davvero. Ridha Mahmoudi viene identificato per la prima volta in Italia nel 1993 dalla Questura di Como. La prima espulsione, firmata sempre dal Prefetto di Como, è del 1996. Si salva grazie ad una sanatoria nel 1997 e ad un permesso rilasciato ad Agrigento. Nel frattempo il tunisino si sposa nel 2003 («Non lo feci mica per avere il permesso di soggiorno», ha detto ieri in aula) e, proprio in seguito alle nozze, viene revocata d’ufficio l’espulsione del 1996. La storia di Ridha si risposta in provincia di Como. Nel 2006 ottiene un permesso di soggiorno in seguito ad un posto di lavoro che aveva ottenuto, permesso che nel 2014 non viene più rinnovato (aveva nel frattempo perso l’occupazione e non era più sposato). Nel 2015 tuttavia il giudice di pace di Como annulla la decisione, sostenendo che il tunisino soffriva di una patologia oculistica non curabile in patria. La grande vittoria di Ridha Mahmoudi è questa, e da qui nascono tutte le sue recriminazioni. Perché i successivi pronunciamenti proprio in merito alla patologia che invece venne ritenuta curabile anche in Tunisia (con richiesta che era stata girata anche all’ambasciata del suo paese) non vengono riconosciuti dall’imputato che inizia a covare un senso di rabbia per quel presunto complotto ai suoi danni successivo al pronunciamento del giudice di pace di Como che gli aveva dato ragione. Dal 2015 il 53enne annota punto per punto i fatti che accadono e i nomi dei “colpevoli” di chi lo voleva rispedire in Tunisia.
L’ultima espulsione è del 2020, in piena pandemia. Non eseguita proprio per le restrizioni del Covid-19. In estrema sintesi, Mahmoudi è irregolare dal 2016, data del rigetto dell’ultima istanza di permesso di soggiorno proprio perché la patologia oculistica avrebbe potuto essere curata anche in Tunisia.
Una rabbia covata a lungo ed esplosa nei confronti di don Roberto, partecipe per il 53enne al “complotto” che comprendeva anche l’avvocato (che Ridha cercò ma non trovò), il Questore e il Prefetto. Tutti tranne il giudice di pace che gli aveva dato ragione in passato. L’imputato ieri ha anche polemizzato con il suo legale d’ufficio, Davide Giudici, dicendo che l’avvocato che aveva scelto era Carlo Taormina. «Poniamo fine a questa storia», ha replicato il pm producendo una lettera in cui lo stesso Taormina sottolineava di non accettare l’incarico. L’avvocato del 53enne, intanto, ha già presentato una istanza per chiedere una perizia sulla capacità dell’imputato «di partecipare al processo» e anche sulla «capacità di intendere e di volere al momento dei fatti». La Corte d’Assise si è riservata di decidere nelle prossime udienze.

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