Cronaca

L’oro di Turate “volò” al Sud. Controlli nel Casertano

altLa rapina del secolo
L’ipotesi è che 24 ore dopo il colpo i lingotti erano già stati fusi
(m.pv.) Altro che Svizzera, Canton Ticino e Lugano. L’oro della rapina del secolo di Turate – dieci milioni di euro in lingotti – o quantomeno una parte importante di esso, avrebbe preso immediatamente la strada del Sud Italia per approdare in Campania, essere fuso in nuovi lingotti e, di conseguenza, sparire nel nulla nel giro di appena 24-36 ore.
Sarebbe questo il retroscena della maxi indagine condotta dalla squadra Mobile della Questura di Como e dalla procura lariana (pubblico ministero

Antonio Nalesso) in merito all’assalto ai furgoni blindati che andò in scena lungo la A9, nei pressi dell’uscita di Turate, la mattina dell’8 aprile 2013.
Indagini che sarebbero vicine alla chiusura e che hanno portato a una custodia cautelare in carcere per due persone ritenute essere i capi delle due colonne (forse tre) che composero il commando in azione lungo l’autostrada. In cella sono finiti un 42enne di Andria, ritenuto essere al vertice del gruppo dei “pugliesi”, e di un 51enne di Cologno Monzese, leader della “colonna” milanese, anche se poi i 16 indagati totali erano quasi totalmente del Sud. Quella mattina, come detto, i furgoni blindati che procedevano lungo la A9 furono assaltati a colpi di Kalashnikov. Nelle mani dei rapinatori rimasero 10 milioni di euro in lingotti d’oro, mentre altri cinque milioni trasportati dal secondo blindato furono “dimenticati” sul posto.
La banda uscì da un varco aperto nel guard rail all’altezza dei magazzini di Turate e poi, dopo essere salita su un camion da cava – di quelli con un grosso cassone – scappò con le casse d’oro e caricando tutti i membri che diedero una mano alla buona riuscita del colpo. Una parte del lavoro della Mobile – oltre che a risalire all’identità dei malviventi – ha seguito la pista dell’oro cercando di capire dove il metallo prezioso approdò. E rispetto a quanto ipotizzato in un primo momento – ovvero che i lingotti avessero varcato il confine – la strada seguita è andata in un’altra direzione. Dalle celle agganciate dai cellulari e dalle intercettazioni sarebbe infatti emerso un percorso con direzione Sud. Prima Lodi – dove il camion fu abbandonato – poi il meridione con approdo nella provincia di Caserta. Da quanto è stato possibile appurare, una parte dell’oro forse già 24 ore dopo il colpo era nelle fonderie della provincia campana per essere fuso e, dunque, “cancellato” di ogni tratto distintivo. Non è escluso, tra l’altro, che un ruolo possano averlo giocato anche le famiglie della criminalità organizzata forti proprio nel casertano, come i Casalesi o il clan Belforte. Di certo gli uomini della Mobile, nei mesi scorsi, hanno effettuato controlli (accessi, visioni di telecamere, verifiche di documenti) in alcune attività legate all’oro in comuni dell’area immediatamente a sud di Caserta. Non sarebbero emersi elementi in grado di poter arrivare a formalizzare accuse. Anche perché, come detto, il cammino dei lingotti dopo il colpo sarebbe stato deciso in anticipo. E solo un giorno dopo la rapina la fusione e la creazione di nuovi lingotti era ultimata.
Nei giorni scorsi, tra l’altro, proprio in tribunale a Como si era chiusa la prima vicenda legata in qualche modo agli eventi che precedettero la rapina di Turate. Un 40enne di Paderno Dugnano, tuttofare di uno dei due colpiti dall’ordinanza di custodia cautelare in carcere (ma che non prese parte alla rapina pur sapendo molti elementi della “rapina del secolo”), aveva patteggiato la pena di 3 anni e 6 mesi di fronte al giudice Luciano Storaci per le accuse di detenzione di armi e furto. Le sue dichiarazioni risultarono decisive per aiutare a incastrare i presunti responsabili dell’assalto in autostrada.

Nella foto:
Uno dei due furgoni assaltati lungo la A9: in basso a destra si intravede una cassa in legno che conteneva i lingotti d’oro (Fkd)
7 maggio 2014

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Redazione Corriere di Como redazione@corrierecomo.it


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