«Pia Bellentani ritirò la pistola e sparò». Villa d’Este segreta: gli incontri dell’ex portiere di notte

Hotel Villa d'Este Cernobbio

Villa d’Este segreta
Achille Don, portiere di notte per 23 anni, racconta i suoi incontri con i personaggi del più lussuoso albergo del mondo

Autentici signori e personaggi del jet set, lusso, bizzarrie, ma anche drammi e qualche miseria. È tutto scolpito nella memoria di Achille Don, distinto e affabile signore di 91 anni ben portati, portiere di notte a Villa d’Este dal 1947 al 1955 e poi dal 1972 al 1987. Ci incontriamo a casa sua, a Cernobbio, dove ha anche gestito per un quarto di secolo una drogheria. Friulano, originario di Pradamano (Udine), vive nel paese rivierasco dall’immediato dopoguerra.
Molti altri cernobbiesi hanno lavorato nel grand hotel più famoso del mondo. Basti pensare alla direzione di decenni d’oro, con Mario Arrigo e con il suo vice, Valerio Poletti, ma anche ad artigiani che si occupavano della manutenzione dell’albergo, a camerieri e addette alle camere, tutti scelti tra le persone del luogo.
Signor Don, qual era lo stile richiesto per lavorare a Villa d’Este?
«Prima di tutto molta educazione e rispetto, verso i clienti e anche nei confronti dei superiori e tra colleghi. Il bello era che non ci si sentiva numeri, ma persone. All’inizio della stagione, l’allora presidente Augusto Besana Ciani riuniva tutti i dipendenti e li salutava uno per uno personalmente. A ciascuno dava 2mila lire».
Immagino che la riservatezza fosse una delle doti essenziali?
«Certamente. E aggiungerei la capacità di intuire con discrezione i desideri dei clienti. Ricordo un prefetto di Milano, poi divenuto capo della polizia. Quando veniva a Villa d’Este, gli facevo trovare la vettura pronta con l’autista. Lui aveva la bonomia di passare dalla portineria a salutarmi».
Quali erano i punti di forza del grand hotel?
«La pretesa che il personale avesse un certo tono. Chef e camerieri dovevano conoscere almeno un po’ d’inglese. E poi, le feste, in particolare il 4 luglio, Festa dell’Indipendenza per gli Stati Uniti d’America, con i tradizionali fuochi d’artificio sul lago antistante Villa d’Este».
Era tutto mondo dorato, o si intuiva un po’ di apparenza dietro auto di lusso e abiti di gala?
«Beh, c’era molta apparenza. In fondo anche i clienti erano persone normali, come tutti. Si avvertiva soltanto un maggiore luccichio, dovuto ai soldi?».
Ricorda qualche festa particolare?
«Tante. Ricordo la sera del delitto Sacchi (il 15 settembre 1948 la contessa Pia Bellentani sparò all’industriale Carlo Sacchi, suo amante, ndr). All’epoca, molti ospiti erano armati. Noi avevamo un cassetto in cui dovevano essere depositate le pistole. Pia Bellentani venne a ritirare la sua rivoltella come se stesse per andarsene. Fui io a restituirgliela, ma lei non uscì; tornò indietro e andò a uccidere Sacchi».
Poi cosa accadde?
«L’omicida fu subito arrestata, ma vestiva un abito da sera. Così fu necessario che qualcuno si recasse nella sua villa di Moltrasio a prendere altri vestiti. La contessa dovette cambiarsi davanti ad agenti della polizia e volle che fossi presente anch’io».
Altre feste?
«A Villa d’Este si tenne una delle prime sfilate di moda del dopoguerra, con le modelle che indossavano abiti della stilista Biki. Si verificò un episodio curioso. Era ospite del grand hotel il ricchissimo barone de Rotschild, che abitava da solo in ben tre appartamenti: il 123, il 125 e il 127. Non era insensibile al fascino della bellezza femminile. Passò in rassegna i posti assegnati davanti alla passerella, ma il suo nome non c’era. Allora infilò l’ascensore, salì nei suoi appartamenti, prese una poltroncina, ridiscese tenendola stretta alle terga e, in segno di spregio, appoggiandola ogni tre passi a terra, produsse provocatoriamente strani rumori?».
Erano frequenti le stranezze dei Vip?
«La moglie di un grande e famoso imprenditore aveva il vizio dell’alcol. Capitava che a tarda notte, quando la sala da ballo era ormai completamente deserta, si facesse portare una bottiglia di whisky e per necessità fisiologiche avesse poi il vezzo di eliminare i liquidi in eccesso contro una colonna. Ne sapeva qualcosa il facchino che ripuliva la sala al mattino».
Ricorda personaggi famosi?
«Adlai Stevenson, candidato democratico sconfitto da Dwight Eisenhower nella corsa per la presidenza degli Stati Uniti, trascorse tre mesi in gran segreto a Villa d’Este per riprendersi dopo aver perso la Casa Bianca. Era scomparso dalla circolazione, nessuno sapeva dove fosse».
Qual è il personaggio più signorile che ha incontrato?
«Gianni Agnelli, senza ombra di dubbio. Era di casa a Villa d’Este e ci conosceva. Lasciava mance generose, anche di 10mila lire dell’epoca ed erano soldi. I nostri colleghi, a Sankt Moritz, nel periodo invernale ricevevano da lui ancora di più: 100mila lire. Erano signori anche altri imprenditori come Debenedetti e Cinzano».
E il personaggio più alla mano, chi era?
«Dico ancora Gianni Agnelli. Mi chiedeva sempre come stavo? Aveva una Aston Martin che guidava personalmente. Era un’auto a due posti, con una valigia fatta su misura, che si inseriva millimetricamente nello spazio che le era destinato».
Altre figure importanti con le quali lei è entrato in contatto?
«Beh, posso dire di aver giocato a ping pong con Alberto II, che sarebbe poi diventato re del Belgio e che ha abdicato tre mesi fa. Il padre, Leopoldo III, non poteva rientrare in patria (cosa che poi gli fu consentita nel 1950, ndr) e talvolta veniva a Villa d’Este con questo figliolo, all’epoca un ragazzino».
C’erano anche bellissime donne?
«Tra le tante ricordo l’attrice Silvana Pampanini. Mi regalò una sua fotografia con dedica: “Ad Achille, con affetto”. Una volta vidi Sophia Loren, ma si limitò a fare qualche passo in giardino senza entrare nel grand hotel?».
C’era chi viveva avventure d’amore a Villa d’Este?
«Sì, io so anche chi, ma non lo dico».
Può raccontare un aneddoto di cui è stato testimone?
«Potrei rievocarne tanti? C’era una straordinaria ballerina di danza classica che si esibiva alla Scala e poi tornava in albergo. Io le portavo la cena alle due di notte? Ho memoria dei piloti delle gare automobilistiche di Formula Uno. Alla vigilia del Gran Premio di Monza alloggiavano a Villa d’Este, da dove poi partivano alla volta dell’autodromo a bordo di elicotteri? Una sera del 1978 lo svedese Ronnie Peterson arrivò alla guida di una Rolls Royce e si infilò, non so come, a gran velocità in uno spazio angusto. Fu la sua ultima notte. L’indomani morì in un incidente nel corso della gara».

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