Cronaca

«Picchiato per un debito di droga». Ecco il presunto movente dell’omicidio

altCerfoglio sarebbe stato malmenato in due occasioni dalla vittima
(m.pv.) Era stato picchiato più volte, almeno in due occasioni, Franco Cerfoglio. Malmenato da Alfredo Sandrini prima e dopo Natale, perché non voleva saldare un «debito tra i 900 e i mille euro dopo aver acquistato del “fumo”», come testimoniato da un ex collega e amico della vittima. E proprio dalla palude della frustrazione per quelle “strette” (botte, ndr) prese da Sandrini, sarebbe poi nato l’intento di vendicarsi e uccidere. Così, nella serata del 3 gennaio, si sarebbe accucciato

dietro un muretto lungo la pista ciclabile da Domaso a Gera Lario e avrebbe esploso colpi calibro 22 contro Sandrini.
«Tre quelli che hanno attinto al corpo della vittima – ha detto in aula l’anatomopatologo del Sant’Anna Giovanni Scola, che ha eseguito l’autopsia – Due superficiali, al fianco sinistro e al gomito destro. Uno mortale, entrato dal gluteo sinistro e uscito dalla zona pubica». Spari che avvennero poco prima delle 22.
Sandrini morì dopo il ricovero in ospedale a Gravedona: «Ma non poteva essere salvato, anche con un intervento immediato», ha poi chiosato Scola. «Pedalando per fuggire all’aggressore, aumentò la circolazione sanguinea e la perdita ematica».
È questa la ricostruzione che l’accusa, pubblico ministero Mariano Fadda, ha sostenuto ieri in aula nel primo giorno della Corte d’Assise per l’omicidio della pista ciclabile avvenuto tra Domaso e Gera Lario, a Vercana. Udienza che si è aperta con l’appello ai giudici togati (Vittorio Anghileri presidente, Carlo Cecchetti a latere) e a quelli popolari (cinque donne su sei) da parte della difesa: «Cerfoglio non ha ucciso, era nel posto sbagliato al momento sbagliato», hanno detto i legali Alida Sacchi e Pietro Bassi. La Procura al contrario non ha dubbi sulla colpevolezza dell’imputato, che ieri era in aula vestito completamente di bianco, jeans e camicia: era Cerfoglio che Sandrini aveva sentito ben 25 volte al telefono solo quel giorno; era Cerfoglio con cui era stato fissato un appuntamento all’ostello della gioventù di Domaso per saldare un debito di droga; era sempre di Cerfoglio quell’sms (che odora tanto di giustificazione per il futuro) mandato poco prima degli spari («Devo andare a tirare le reti, cosa faccio? Ti aspetto o vado?», scritto in dialetto). E poi c’è la polvere da sparo trovata sul giubbotto usato da Cerfoglio («Compatibile con i colpi esplosi con il delitto», pur «senza certezza», hanno detto i Ris di Parma) e quelle caramelle ai “fiori di sambuco senza zucchero” trovate sul luogo del delitto e in casa dell’indagato. Una coincidenza strana, al pari di quella “x” con cui erano stati marchiati i proiettili assassini, trovata anche su altri bossoli sequestrati in casa di Cerfoglio.
Una serie incredibile di coincidenze, secondo la difesa. Indizi che uno dietro l’altro disegnano il profilo dell’imputato per l’accusa. Si torna in aula domani.

Nella foto:
Il via dell’udienza di ieri mattina in tribunale a Como davanti alla Corte d’Assise
14 Ott 2014

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