Cronaca

«Pretenderò le scuse dei legali»

Strage di Erba Dopo le accuse dei motivi aggiuntivi d’appello
Pietro Castagna replica agli avvocati di Olindo e Rosa
«Non ho niente da nascondere. Facciano pure tutte le indagini che credono. Mi pongano ogni tipo di domanda. Ma se alla fine non dovesse emergere nulla, pretenderò le scuse degli avvocati della difesa». Pietro Castagna, con voce calma e pacata, al fianco del padre Carlo e del fratello Giuseppe, oltre che dell’avvocato Francesco Tagliabue, ha risposto ieri, a distanza, alle 128 pagine di motivi aggiuntivi di appello depositate a Milano dai legali di Rosa e Olindo, in cui la famiglia Castagna – ed in particolar modo Pietro – veniva chiamata in causa come

  possibile pista su cui indagare per la strage di Erba. Ma ieri, di fronte a telecamere e microfoni di tutta Italia saliti in riva al Lario per la prima tappa di quello che si annuncia un processo in Corte d’Assise d’Appello senza esclusione di colpi, la replica della famiglia è stata perentoria: «Non sono sorpreso dalle accuse – ha commentato Pietro – Ma queste insinuazioni fanno comunque male al fisico e ti destabilizzano. Comunque, non ho nulla da nascondere: sono stato chiamato all’epoca dei fatti dagli inquirenti, mi hanno chiesto di tutto e di più. Già allora era umiliante dover rispondere a dove mi trovavo quella sera, a cosa stavo facendo, oppure con chi ero in compagnia. Ma mi sforzavo di capire quelle domande con l’esigenza delle indagini. Ma adesso mi sento tirato in ballo nuovamente e in modo del tutto gratuito. Per questo dico pure alla difesa di chiedermi quello che vogliono e di fare tutte le indagini che ritengono opportune, è il loro lavoro: ma poi, se non dovesse emergere nulla, pretenderò delle scuse».
Poi è Pietro Castagna a passare al contrattacco: «Che spiegazione mi sono dato di queste accuse? Credo che sia il modo più eclatante di iniziare un processo di secondo grado, il modo migliore per far parlare il più possibile di questo Appello. Per questo puntano il dito contro i Castagna. Un modo che definisco “cinematografico” per iniziare un processo del genere».
«Tengo comunque a precisare – conclude Pietro Castagna – che Olindo e Rosa non siamo stati noi a metterli in carcere. Per questo mi aspettavo un comportamento diverso nei nostri confronti che siamo vittime come pure i Frigerio. Ribadisco: facciano pure quello che credono, ma alla fine pretenderò le scuse».
Una richiesta a cui si associa il padre, Carlo Castagna, che tocca anche il tema dei presunti attriti tra Raffaella Castagna e la famiglia, che secondo la difesa avrebbero dovuto essere indagati con uguale determinazione rispetto alla pista che conduceva a Rosa e Olindo. «Si parla come se tra noi e Raffaella ci fosse astio – dice Carlo – Ma non è vero. Era solo disapprovazione che poi nel tempo divennne comunque accettazione e collaborazione. Non vedo dove leggano atteggiamenti astiosi in quello che accadde tra noi».
Ma il capofamiglia si commuove fino alle lacrime al solo sentir tirare in ballo i propri figli. «Sulla presunta responsabilità dei miei figli mi sento di dire che un padre può accettare tutto, tranne che vengano infangati e intaccati quei valori che una donna come mia moglie Paola e io stesso abbiamo contribuito a dare. È infamante e umiliante quello che è successo e fa veramente molto male. Quelle scuse che Pietro pretende, le chiederò pure io a nome di Raffaella, Paola e Youssef».
«La difesa ha tutto il diritto di lavorare per Rosa e Olindo – puntualizza Carlo Castagna – ma quelle che abbiamo letto sui motivi aggiuntivi di Appello sono affermazioni gratuite, colpi bassi che feriscono. Se fossimo su un ring di pugilato sarebbero stati già squalificati».
L’uomo tanto duramente provato dalla strage dell’11 dicembre 2006, ribadisce che il «perdono rimane» per i coniugi Romano, e finisce ricordano un aneddoto che tocca l’avvocato Enzo Pacia, componente del pool della difesa in primo grado e scomparso nei mesi scorsi. «Mi fece anche pervenire un suo scritto – ricorda – Rivalutai molto il suo atteggiamento. Nelle sue parole scritte in quell’occasione lessi un avvicinamento, forse anche affetto nei confronti della mia famiglia. Riconosceva il nostro dolore. Mi piace pensare che in quell’occasione abbia voluto sganciarsi da queste accuse».
La chiosa è dell’avvocato della famiglia, Francesco Tagliabue: «Non abbiamo nulla da cui dobbiamo difenderci. I colpevoli sono altri, già condannati da una sentenza anche se di primo grado. Ci chiediamo il perché, tuttavia, di questa strategia che non è rispettosa delle vittime che non ci sono più e delle vittime che sono qui ancora oggi».

Mauro Peverelli

Nella foto:
Primo piano di Pietro Castagna, ritratto ieri pomeriggio nello studio dell’avvocato di famiglia (foto Mv)
4 marzo 2010

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