«Quando andavamo in “quelle” case. Vi svelo i segreti della Como che non c’è più»

La città a luci rosse
Sandro Casartelli: «Nel giorno dei miei 18 anni il primo ingresso da “Lucia”»

“Lucia”, “Laura” e “Dollaro”: ecco le tre case di tolleranza di Como, tutte ubicate nel centro storico cittadino, a pochi metri di distanza l’una dalle altre. Sandro Casartelli, detto “Il Cobra”, ottantaquattro anni ben portati, tuttora impegnato nel volontariato e lariano “doc” («Mia mamma – dice – mi chiamò Alessandro, in memoria di Volta»), accetta di rievocare i tempi in cui la prostituzione era legalizzata. Poi, il 29 gennaio 1958, la Camera dei deputati approvò definitivamente la legge Merlin, dal nome della senatrice socialista che l’aveva proposta, e il successivo 20 settembre tutti i bordelli di Stato chiusero i battenti.
Casartelli ha una visione romantica di quelle istituzioni, comune a molti che ne hanno avuto conoscenza diretta, tanto da considerare benemerita l’attività di chi dispensava le proprie grazie a pagamento in quel contesto rispetto alla situazione odierna. Iscritto alla Canottieri Lario, è tra coloro che vantano la maggiore anzianità di servizio – ben 67 anni – e ricorda per esempio che vi fu un periodo in cui due barche dello storico sodalizio remiero erano denominate “Tina” e “Ada”, come altrettante signorine particolarmente apprezzate per i loro servigi.
«Il 12 luglio 1947, giorno del mio diciottesimo compleanno – racconta – feci il mio primo ingresso da “Lucia”, in vicolo Duomo», uno stretto budello che si apre tuttora sul lato della piazza opposta alla cattedrale. Lucia era anche una persona, la “signora Lucia”, maitresse della casa chiusa, la cui geografia viene raffigurata con precise e rapide pennellate: «Si entrava direttamente in un grande salone dove spiccavano una panca rivestita di pelle e una scrivania alla quale era assisa la tenutaria. Sui gradini della scala che saliva ai due piani superiori si affacciavano le donne, alcune velate, altre piuttosto discinte, altre ancora indossavano pantaloni. Queste ultime erano particolarmente misteriose e quindi le più intriganti?».
Le tariffe variavano in base al tempo che si desiderava impiegare per intrattenersi: marchetta semplice, quarto d’ora o più. “Il Cobra” ricorda quando erano fissate, secondo i casi, a 100, 250 e 500 lire. Non mancavano regole ferree, a garanzia del decoro del luogo, in barba al fatto che vi si esercitasse il meretricio. «Uomini ubriachi e sporchi non entravano. E se qualcuno si lasciava andare ad atteggiamenti scorretti o volgari, la maitresse arrivava con il flit insetticida e sbatteva fuori tutti».
Rigorose anche le norme igieniche: «Prima di consumare occorreva lavarsi e a questo provvedeva la donnina che era stata scelta. Noi della Canottieri, comunque, per la nostra attività sportiva, tutti i giorni dopo l’allenamento ci mettevamo sotto le docce; eravamo tra i ragazzi più puliti di Como».
Titubanti e perditempo erano sgraditi, com’era chiaro dal messaggio perentorio comunicato ad alta voce dalla signora Laura: “Allora! In camera, lazzaroni!”.
Negli anni del primo dopoguerra un cerchio nero sbarrato posto all’ingresso della casa impediva l’ingresso ai soldati stranieri, la Military Police, ancora presente in città.
Sandro Casartelli ammicca a un particolare delle camere dove avvenivano gli incontri da “Lucia”: «Sul soffitto c’era uno specchio. Così si vedeva il “cinema”?».
Accanto alla “Lucia”, appena una manciata di metri più in là, c’era un altro bordello, la “Laura”. Il racconto sfuma nel mistero. «Una volta dentro, tra le poltrone del salone si intravedeva la porta di un locale dove stava in attesa chi non intendeva essere riconosciuto. All’epoca si parlava di persone innominabili? Che poi fosse realtà o leggenda, io non so dire». La tenutaria di questa casa era Nella, che dava lavoro a una dozzina di donne, rimpiazzate da altrettante ragazze ogni dieci-quindici giorni. “Il Cobra” è preciso: «Lavoravano anche alla domenica mattina; il medico le visitava a giorni alterni. Noi ragazzi arrivavamo un po’ eccitati dalla visione di qualche film al Politeama, magari con Wanda Osiris, e “Lucia” era una tappa obbligata. Poi c’erano i coscritti. Venivano dai loro paesi, dove si erano premurati di raccogliere i soldi. Dopo la visita di leva, vestiti di tutto punto e muniti di cappellini e foulard tricolori, con la fisarmonica, vivevano così i loro giorni di divertimento. Prima di entrare dovevano lasciare la bandiera con l’asta nell’apposito alloggiamento sulla soglia dell’edificio».
L’ultima casa di piacere, ma forse la più famosa tra quelle esistenti nel centro di Como, era il “Dollaro” di via Volpi. La buona memoria di Sandro Casartelli rimanda alla drammatica vicenda del colpo apoplettico che stroncò la vita di un cliente mentre era in compagnia di una prostituta, fuggita spaventatissima da Erminia, la tenutaria. Rievoca le visite in massa di falegnami della città di Cantù, distinguibili dai grembiulini e dai rumorosi zoccoli che calzavano. «E anche al “Dollaro” – spiega – c’era un salotto dove noi non potevamo entrare».
«Quando chiusero le case di tolleranza fu uno shock per tanti – conclude “Il Cobra” con un pizzico di nostalgia che, dal suo punto di vista, supera l’obiezione etica sulla fine della prostituzione di Stato – Comunque la si veda, lì c’erano igiene e pulizia e le altre donne potevano girare tranquille per la città anche di sera».

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