«Quante storie di dolore e di vita». Parla un pioniere dell’eliambulanza
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«Quante storie di dolore e di vita». Parla un pioniere dell’eliambulanza

La piazzola di cemento ha righe gialle e verdi sbiadite, come l’“H” bianca disegnata al centro. Tutt’intorno, nel prato, c’è erba alta con tanti fiori gialli e qualche margherita. I cartelli appesi alla rete intimano tuttora di non avvicinarsi e vietano di fumare. È quanto resta della prima base da dove decollava e atterrava l’eliambulanza, nel parco del vecchio Sant’Anna, in via Napoleona.
Dall’agosto 2011 è operativa la nuova e moderna sede di Villa Guardia, ma qui – per un quarto di secolo – è stato attivo il servizio
di volo che ha salvato tante vite.
Nel ventesimo del 118, che si festeggia sabato prossimo, i ricordi sono affidati a Carlo Noseda, pioniere di questo tipo di soccorso. Classe 1947, per trent’anni infermiere in sala operatoria e in sala gessi, in pensione dal 2000, racconta quell’esperienza esaltante.
«Feci il primo volo nel 1986 – dice chiacchierando nella sua casa di Civiglio – Eravamo tredici infermieri ad alternarci, dopo una selezione tra quelli di noi che lavoravano in sala operatoria e al pronto soccorso. A bordo, almeno inizialmente, eravamo un medico rianimatore, un infermiere, due piloti e un tecnico. In seguito si aggiunse un operatore del Soccorso Alpino».
L’eliambulanza, all’origine era di dimensioni ridotte: un elicottero A-109. Poi, con l’AB-412 gli spazi aumentarono fino a poter imbarcare anche due o tre barelle.
Signor Noseda, come affrontò quell’avventura?
«Ho un passato da paracadutista e per me è stato naturale il nuovo impegno. Seguii, come gli altri, corsi di addestramento, anche per muoverci correttamente in zone impervie e di montagna. Tutte le mattine avevamo un “briefing” per verificare che tutto fosse pronto per eventuali voli. La nostra zona d’azione, oltre a quella di Como, copriva le attuali province di Lecco e Sondrio».
Cosa ricorda del primo decollo?
«Soltanto che stavamo stretti… E che dovevamo intervenire per un incidente. Sa, in tredici anni ho partecipato a centinaia di voli. Ricordarli tutti è impossibile».
C’è una missione andata a buon fine che non può dimenticare?
«Sì, quando intervenimmo in soccorso a una ragazza di nazionalità estera, a Dongo. Faceva surf sul lago, quando fu urtata da un natante. Ebbe un braccio semiamputato. La trasferimmo a Verona, dove l’arto le fu riattaccato. Tre anni più tardi arrivò il papà a ringraziare».
Un’altra missione particolarmente difficile per le condizioni in cui avvenne, ma andata a buon fine?
«Sulla Grigna, quasi in cima. Un velivolo ultraleggero, partito da Sondrio e diretto a Milano, era rimasto impigliato. Non si mosse. Tirammo in salvo il pilota incolume».
Un intervento atipico?
«La nascita di un bambino. Prelevammo una partoriente di Cavargna, che era stata condotta in ambulanza fino al Lago di Porlezza. In volo la portammo all’ospedale di Lanzo. Lì, la nostra équipe, della quale nell’occasione faceva parte un’ostetrica, fece venire alla luce il neonato».
Non sempre, purtroppo, va così bene…
«No. In un’altra occasione, a Rovenna, sopra Cernobbio, fummo chiamati perché un uomo era rimasto intrappolato sotto una gru. Perse una gamba».
Si è mai sentito sconfitto?
«Sì, quando arrivavamo e non c’era più niente da fare… O quando capitava di dover tornare indietro a causa della nebbia, o per l’impossibilità pratica di atterrare».

Marco Guggiari

1 maggio 2012

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