«Racconto l’amore di Olindo e Rosa»

Strage di Erba – Il libro della giornalista Cristiana Cimmino
Torna il riferimento a un boss turco che scagionerebbe i coniugi
Senza speranza. Sono così, Olindo e Rosa, a quattro giorni dal giudizio di fronte alla Corte di Cassazione, ultimo grado prima che le porte della cella si chiudano per sempre. A riferirlo è l’unica che può farlo, la giornalista della Gazzetta del Mezzogiorno Cristiana Cimmino, che da due anni intrattiene con i coniugi Romano un fitto scambio epistolare. L’ultima lettera, inviata sia da Rosa sia da Olindo, le è giunta solo poche ore fa e parla ovviamente della Cassazione. Come pure le precedenti

. Un rapporto che ha spinto la giornalista a scrivere un libro presentato ieri in biblioteca a Como – “Finché morte non ci separi”, La Riflessione, 13 euro – proprio basato sull’amicizia nata con quelli che per tutta Italia (e per due Corti d’Assise, quella di Como e quella di Milano) sono i killer della strage di Erba. Mattanza in cui, nella notte dell’11 dicembre 2006, morirono quattro persone. «Ciao Cristiana, scusa se ti scrivo solo ora ma sono stata molto impegnata con la Cassazione», dice ad esempio Rosa nella missiva appena giunta nelle mani della giornalista. Una donna, la Bazzi, che per la Cimmino «si sta spegnendo man mano che la data del 3 maggio si avvicina», mentre Olindo «è rassegnato». «Sono semplici, ma non stupidi», puntualizza l’autrice del libro sui coniugi Romano che nelle lettere hanno parlato anche della famiglia Castagna – che nella strage ha perso Raffaella, il piccolo Youssef e la nonna Paola Galli – e di Mario Frigerio, il supertestimone, che ha visto morire la moglie Valeria Cherubini. «Sui Castagna Rosa e Olindo sono convinti di non dover chiedere scusa perché si ritengono innocenti. Su Frigerio, invece, sperano che riesca a ricordare meglio».
E a chi chiede alla giornalista se non ritiene essere, questo libro, una speculazione su quattro morti, la Cimmino replica in modo perentorio. «I proventi del libro andranno proprio a Rosa e Olindo, che non sono ancora stati giudicati colpevoli per la Cassazione ma hanno già perso tutto quello che hanno. E comunque il mio lavoro non è certo un best seller con cui arricchirsi. In ogni caso questo non è un libro innocentista, e sfido chiunque a dire il contrario dopo averlo letto. Ho solo raccontato, tramite le lettere, la loro storia d’amore. Sono due persone normali, per questo credo che se hanno davvero fatto quello che i giudici di primo e di secondo grado ritengono, allora posso dire che agirono in preda ad un raptus. Non si può fingere innocenza per una simile strage per un periodo così lungo».
Il primo tentativo di contatto tra la Cimmino, la sola, occorre ribadirlo – a parte gli avvocati – che ha un rapporto stabile con Rosa e Olindo («Sono per loro come un’amica, l’unico rapporto che hanno fuori dal carcere»), e i due imputati, risale all’estate del 2007, quella successiva alla strage. Prima però di arrivare alla prima lettera passò un anno e mezzo. «Erano molto diffidenti», ricorda la giornalista.
«Io ero colpevolista – prosegue la Cimmino – Poi, seguendo il processo a Como e a Milano mi sono venuti dei dubbi. Che rimangono dubbi, non certezze. Per questo ancora oggi non mi definisco innocentista, e questo Rosa e Olindo lo sanno. Ritengo però che per dare l’ergastolo a due persone si sarebbero dovute svolgere maggiori indagini anche su altre piste». Ad esempio? «È stata tralasciata troppo presto la vendetta trasversale nei confronti di Azouz Marzouk. Nel mio libro ho citato un boss della mafia turca, un pezzo da novanta, mica uno qualunque, che nel corso del giudizio d’Appello ha scritto una lettera al procuratore generale dicendo che era in grado di scagionare i Romano. Bene, quest’uomo non è stato nemmeno sentito e ancora oggi è in carcere». «Magari è un mitomane – scrive la Cimmino – ma si dà il caso che fosse detenuto al Bassone proprio quando c’era Azouz Marzouk».
Poi l’occhio ricade sull’ultima lettera di Rosa al computer, redatta con l’aiuto di altre detenute perché la Bazzi non sa scrivere. «Scusami ancora per il ritardo nelle risposte – dice – ma puoi immaginare la tensione in cui mi trovo in questi giorni… Ho mandato il fascicolo del ricorso in Cassazione anche a Maurizio Costanzo, mi piacerebbe che mi scrivesse, ho da raccontargli molte cose… Comunque ricevo le tue notizie con molto piacere e ti ricordo sempre. Rosi».

Mauro Peverelli

Nella foto:
La giornalista della “Gazzetta del Mezzogiorno” Cristiana Cimmino ieri alla biblioteca comunale di Como (foto Mv)

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1 Commento

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    Elena , 30 Gennaio 2019 @ 12:54

    Molto semplice verificare…prendere atto e occuparsi delle cose vicine , semplicemente afferabili….senza andare oltre la logica..oltre l’immaginabile…perché poi il lavoro si complica

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