«RESTIAMO UMANI» DAVANTI ALL’ORRORE

di DAVIDE CANTONI

Un uomo e le sue scelte
Il volto bendato e ferito è l’ultima immagine di Vittorio Arrigoni. Potrebbe essere nostro padre, nostro fratello, un amico, il sacerdote che fino a ieri diceva messa sotto casa.
È questo che non va dimenticato. Perché oggi non è il giorno della rilettura, oggi non è il giorno dei distinguo.
Come accadde per Nassirya, Quattrocchi e Baldoni, anche in queste ore s’accenna qualche timido «però». Domani saranno di più. Tra una settimana una valanga.
No, per favore. Ora come

allora. Anche il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, e il premier, Silvio Berlusconi, uomini così diversi per estrazione culturale e sensibilità, hanno condannato con pari sdegno e disprezzo questa barbarie.
Stiamo a questo e non lasciamo la direzione. Non nascondiamo l’orrore, non smettiamo di provare disgusto per un uomo impiccato, appeso come fosse merce in un mercato.
Vittorio Arrigoni è morto. E trentasei anni sono pochi per morire. «Restiamo umani», era la sua firma. Restiamo umani di fronte all’orrore, nonostante tutto. Anche oggi.
Vittorio Arrigoni era un volontario, un blogger, un attivista, un giornalista. Una persona.
Vittorio Arrigoni era tante cose. Era, cioè, come il mondo che raccontava di vivere e sentire: «Un mondo senza bandiere e senza confini». Vedeva un pianeta i cui figli sono – così e semplicemente – esseri umani. Due occhi, un naso, una bocca: uguali, con pari diritti e dignità. Scavalcando ogni formazione culturale, politica e religiosa, è lo stesso mondo che ogni singolo cooperante descrive.
Chi parte, verso un ospedale, un pozzo da scavare, una scuola da costruire, lo sa. Sa che (messo il primo piede, sul primo gradino del primo di molti aerei) tutto ciò che lascia resta nel cuore ma resta anche dov’è.
Lontano. La realtà per come la si conosce si polverizza, muta, definitivamente e radicalmente.
È uno schiaffo.
Si trasfigurano le strade, i palazzi, il cibo, cambia l’odore, cambia il colore. Una diversità profonda, rivoluzionaria, che arriva pure al colore della pelle dell’altro. Poi tutto cambia di nuovo e le distinzioni si fanno, via via, tenui, fugaci, difficilmente distinguibili. E l’essere umano torna a essere ciò che è: una persona, punto e basta.
Un medico volontario, che ogni anno passa le sue ferie a ricucire gambe in zone di guerra, spesso racconta: «Ogni mattina mi alzo e so di poter saltare in aria, questa consapevolezza non mi rende un eroe, fa solo in modo che lavori più in fretta per non perdere un istante. Per aiutare una persona in più». Il rischio. Già. Con gradi e sfumature radicalmente diverse c’è. Comunque e sempre.
È nelle cose, nel patto non scritto con se stessi e la propria scelta. Basta partire per un posto che dista otto ore di jeep dal primo ospedale perché si decida di correrlo, questo rischio. Vittorio Arrigoni era andato ben più in là. Probabilmente con piena consapevolezza.

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