«Siamo muratori». Ma per l’accusa preparavano il colpo sull’A9

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Le parole di un testimone: «Uscivano sempre di sera vestiti da meccanici». Per la mobile andavano a rubare i camion da portare poi nel magazzino di Origgio
Ecco i retroscena del colpo del secolo: il racconto di come la prima batteria di pugliesi è giunta al Nord

Al proprietario di casa dell’appartamento di Rodano (Milano) dove abitavano in affitto avevano detto di essere dei muratori in arrivo dalla Puglia per ristrutturare una cascina a Fiorenzuola (Piacenza). Un casolare di proprietà della famiglia di Giuseppe Dinardi, uno dei due arrestati per la rapina sulla A9 a Turate.
Muratori anomali i sei pugliesi, in quanto rimanevano chiusi in casa tutto il giorno e uscivano solo alla sera vestiti con tute da meccanico. Perché, secondo quanto sostenuto

dalla mobile di Como che indaga sull’assalto in autostrada, quelli non erano muratori ma la prima batteria giunta dal Sud per preparare il colpo ai blindati della Battistolli.
Ed uscendo in tuta da meccanico alla sera, altro non facevano che andare a cercare auto e camion da rubare per preparare il parco mezzi utilizzato la mattina dell’8 aprile nell’assalto a kalashnikov spiegati. Il racconto di come fu preparata la rapina è contenuto nell’ordinanza di custodia cautelare in carcere che ha portato all’arresto del già citato Dinardi, 50 anni, nato ad Altamura ma residente a Cologno Monzese, e di Antonio Agresti, 42 anni di Andria. Ad entrare nel dettaglio di quanto accaduto è un “supertestimone” ed ex tuttofare di Dinardi, arrestato a Firenze dopo essere stato trovato in possesso di armi e al volante di un’auto rubata. Quest’ultimo, residente a Milano, non prese parte al colpo in A9 ma era evidentemente a conoscenza di come era stata preparata la rapina. A partire da quando «tre o quattro settimane prima della rapina» vide arrivare due furgoni dalla Puglia con a bordo in totale sei uomini. La prima batteria del commando che poi – sempre secondo l’accusa – operò a Turate. «Si chiusero in ufficio con Dinardi – dice il testimone – Mi dissero che avrebbero dovuto ristrutturare una cascina». L’appartamento per trascorrere le giornate prima del colpo fu trovato a Rodano, nel Milanese, proprio accanto a dove abitava il “tuttofare” di Dinardi. Un racconto, quello dei muratori, fatto anche con il padrone di casa che chiedeva conto di quei sei nuovi arrivati.
Lavoratori un po’ anomali, secondo l’accusa, che uscivano di casa «intorno alle 18, 18.30» per raggiungere il Dinardi. «Tornavano ogni sera con un mezzo che in base ai loro discorsi capivo essere stato rubato», racconta ancora il testimone. Camion che poi finivano in un capannone per essere «ripuliti di eventuali satellitari» oppure “lavorati”, come la piccola ruspa modificata e ritrovata caricata su un Tir nel punto dell’agguato e che sarebbe servita (ma non ce ne fu bisogno) per bucare il blindato della Battistolli. La mattina successiva i mezzi erano già scomparsi di nuovo: «Chiesi a Dinardi che fine facevano. Mi disse che venivano spostati in un capannone nelle zone di Turate». Nascosti in attesa del grande giorno, quello del colpo da 10 milioni di euro lungo la A9. Nei magazzini della ditta di Origgio da cui uscirono solo all’alba dell’8 aprile.

Mauro Peverelli

Nella foto:
Uno dei camion usati dalla banda e dato alle fiamme in direzione Nord da Saronno a Turate per rallentare il traffico lungo la A9

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