«Sventai il sequestro di Gianni Agnelli»

Cernobbio 14 dicembre 2009, generale Michele SchettinoPersonaggi L’ufficiale dell’Arma contribuì anche alla sconfitta delle Br
Parla il generale dei carabinieri Michele Schettino, comasco d’adozione
Un presepe fiabesco, moderno e di notevoli dimensioni, animato con tanto di sciatori su piste innevate e pattinatori su ghiaccio, fa bella mostra di sè nel salotto di casa Schettino, a Cernobbio. La grande vetrata si affaccia su un verde prato all’inglese che scivola pianeggiante verso il lago. Da qui, la notte della Vigilia, Babbo Natale sbarcherà carico di doni per la gioia di quattro bambini.
Il padrone dell’incantevole dimora non è però un nonno qualsiasi. Lo dimostrano la sua biografia
e, prima ancora, le tante fotografie che ritraggono Michele Schettino in compagnia di personalità che hanno fatto un pezzo della storia recente d’Italia.
Generale dei carabinieri in pensione, poi responsabile o consulente di numerosi importanti gruppi finanziari e industriali, la sua storia si intreccia con le drammatiche vicende degli anni di piombo e della lotta alla mafia, di cui è stato protagonista assoluto.
«Se mai un giorno dovessi scrivere un libro – dice – lo intitolerei “Li ho conosciuti”» e il riferimento è ai tanti “big” che ha incrociato.
Sposato da cinquantaquattro anni, come tiene a ricordare, e padre di due figli maschi, è nato a Chioggia, in provincia di Venezia, dove suo padre reggeva la tenenza dei carabinieri con il grado di colonnello.
Abbracciata a sua volta l’Arma, ha vissuto ramingo cambiando città e casa per ventotto volte. Finchè i suoi figli, Enzo e Giovanni, presero il coraggio a quattro mani e gli dissero esattamente così: «Abbiamo bisogno di un campanile». Lui scelse Como, dov’era già approdato nel 1971 in veste di comandante provinciale dei carabinieri. Così divenne lariano d’adozione, pur continuando a fare il rappresentante di “articoli di giustizia”, come ama raccontare con facezia.
E quali articoli, visto che gli toccò in sorte di guidare il gruppo dell’Arma di Torino negli anni in cui nasceva e si sviluppava il terrorismo rosso. Qui la sua carriera si intrecciò con quella del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, curiosamente suo predecessore proprio a Como. Il governo tentò di far fronte all’emergenza in una grande città industriale e operaia, istituendo un reparto di carabinieri altamente specializzato, che affidò proprio a Dalla Chiesa. E quest’ultimo diede proprio a Schettino, che diventerà anche coordinatore delle attività di contrasto all’eversione per il Piemonte e per la Liguria, l’ufficialità di tutte le operazioni.
«Ricordo che mai come in quel periodo dovetti raccogliere tanti morti per le strade ed assistere a tante distruzioni – rammenta oggi – La frustrazione era immensa e la delusione profonda».
Poi, con “Frate Mitra” e con l’intuizione di infiltrare questo incredibile personaggio nel movimento terroristico, venne la svolta. «Verso gli inizi del 1974 – prosegue Schettino – un nostro maresciallo si presentò al comando con un giornale che conteneva una corrispondenza dalla Colombia di padre Girotto, padre spirituale di Che Guevara, che riportava un commento sulle Br operanti in Italia. Il sottufficiale riferiva che “quel Padre Girotto” altro non era che un frate sospeso a divinis, più volte incarcerato per rapine perpetrate a Torino e in Piemonte».
Il generale Schettino, a questo punto, glissa, ma qualcosa aggiunge: «Questa pagina di storia è ancora inedita e dovrà rimanere ancora tale almeno in alcuni suoi particolari. Certo è che padre Girotto dopo breve tempo fu cooptato e infiltrato nel movimento delle Br, che da quel momento iniziarono a mostrare un volto e ad avere una storia».
Quando, qualche anno dopo, nel 1978, in pieno sequestro Moro, si celebrava il processo a Renato Curcio e ai brigatisti della prima ora, catturati grazie a quella strategia, mancavano prove decisive. I giudici potevano basarsi solo su testimonianze a futura memoria rilasciate proprio da padre Girotto, alias “Frate Mitra”, che dopo la cattura dei capi del movimento eversivo era stato inviato in un paese sperduto degli Emirati Arabi, dove aveva trovato impiego in una società italiana di costruzioni. La Corte d’Assise allestita nella Caserma La Marmora rischiava di dover assolvere tutti gli imputati alla sbarra “per insufficienza di prove”. Ed ecco il colpo di scena finale raccontato da Schettino: «A questo punto, con molta temerarietà, riuscimmo a convincere padre Girotto, e non fu impresa facile, a venire a Torino a testimoniare al processo. E quando il cancelliere si apprestata a dichiararne per l’ennesima volta l’assenza, padre Girotto comparve, tra lo stupore e la costernazione dei brigatisti, circondato da un nugolo di carabinieri che ne proteggevano il volto. In una lunga deposizione, il teste confermava tutte le accuse che aveva a suo tempo formulato contro i capi storici delle Br, consentendo che la Corte pronunciasse una sentenza di condanna a pene esemplari. Era il 24 giugno del 1978. Dopo la testimonianza, “Fratello Mitra” scomparve nel nulla e nel nulla ancora oggi vive».
Gli episodi si sprecano e si intersecano con la stagione dei rapimenti. L’Anonima Sequestri aveva progettato di puntare al colpo più grosso: l’avvocato Gianni Agnelli, presidente della Fiat. «Scoprii chi voleva attentare alla sua persona e sventai quel disegno – rivela oggi Schettino – Poi, nel 1975, catturarono Carla Ovazza, consuocera di Agnelli. Nel giro di un mese scoprii e arrestammo tutti i sequestratori, liberando l’ostaggio».
Nel suo libro “Le cinque ciliegie rosse”, la signora Ovazza ricorda quella drammatica esperienza e, grata, dice di essere nata due volte. La seconda con la liberazione dal nascondiglio dov’era tenuta segregata. «Con l’avvocato Agnelli nacque una grande amicizia – dice Schettino – e tempo dopo lui mi affidò per quattordici anni la carica di consigliere di amministrazione delle Cementerie del Mediterraneo, del Gruppo Buzzi e Unicem-Ifil». In precedenza, Schettino aveva convinto il presidente della Fiat a licenziare un gruppo di operai che, secondo verifiche fatte, collaboravano attivamente con le Brigate Rosse. «La città cominciò a rinascere – sottolinea convinto il generale – e questo portò a un grande riscatto morale, che ebbe il suo epilogo il 14 ottobre 1980 nella marcia silenziosa dei 40mila in un silenzio carico di emozioni e di significati».
Un’altra pagina importante fu la cattura dei brigatisti Patrizio Peci e Rocco Micaletti, sempre a Torino, nel 1981. Ecco il retroscena narrato da Schettino: «Posso affermare che con l’arresto di Peci avrà inizio la fine delle Br. La sera dell’arresto mi trovavo a percorrere il cortile di via Valfrè. Era molto buio quando incrociai due carabinieri che conducevano a piedi un carcerato. Avevo il volto coperto dal bavero del cappotto, quando mi sentii chiamare: “Colonnello Schettino!”. Mi voltai chiedendo ai carabinieri di scorta chi fosse quel prigioniero e, prima ancora che loro rispondessero, egli mi disse: “Sono Peci”. Era la prima volta nella storia delle Brigate Rosse che un loro militante dichiarava il proprio nome. Quello fu l’indizio che ci indusse a sperare in una sua conversione: e così fu. È in quel momento che nacque il primo vero pentito della storia italiana. È per Peci che fu varata la prima legge sul pentitismo. Ed è a Peci che tutti noi dobbiamo un tributo di riconoscenza».
Schettino lascia invece intendere il rammarico che non si sia riusciti a salvare Aldo Moro, che fu tra l’altro suo docente di Filosofia del diritto («Mi diede 28», ricorda con orgoglio).
Alla domanda circa le qualità di un grande investigatore risponde: «Mi ha aiutato aver avuto un padre colonnello dei carabinieri. Questo mi ha dato l’impostazione mentale e comportamentale: la compostezza, la riservatezza. poi c’è l’acume, che è un dono di Dio…».
Del generale Dalla Chiesa racconta: «Aveva un grande passato militare. Era investigatore per istinto, uomo tenace che perseguiva i suoi scopi, utilizzando all’estremo tutto il suo personale. Mi chiamava alle cinque del mattino…».
C’è spazio anche per Como. «Una volta – rievoca sorridendo – mi presentai in uniforme di colonnello dei carabinieri alla federazione del partito comunista, chiedendo dell’avvocato Silvano Saladino. Dovevo discutere urgentemente con lui della situazione pericolosa in una grande azienda tessile canturina, dove gli operai impedivano l’uscita dei camion. La cosa fece un certo effetto. Poi diventammo amici al punto che fu lui il mio avvocato». E anche il generale Miche Schettino lo è. Sono tre le sue lauree, in Giurisprudenza, in Scienze Politiche e in Lettere e Filosofia, quest’ultima conseguita a cinquant’anni.

Nella foto:
Il generale dei carabinieri Michele Schettino ritratto nella sua casa di Cernobbio dove vive con la famiglia (foto Baricci)

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