«Tentato di trasferire la mia impresa in Ticino» I pro e i contro della “provocazione” di Squinzi

altLa recente provocazione di Giorgio Squinzi, presidente di Confindustria, tentato di trasferire il quartier generale della sua impresa in Canton Ticino qualora non riuscisse a farlo entro poco tempo a Milano per le italiche lungaggini burocratiche e il fisco opprimente, non è passata inosservata e ha creato – giustamente – aspre polemiche.
C’è chi dice che ha ragione (e sono tantissimi imprenditori, anche lariani, che non riescono più a investire e a fare impresa in Italia); c’è chi, d’altro canto, sostiene che il presidente degli industriali italiani non può neppure pensare certe cose, ma deve fare di tutto perché la politica, le banche e il sistema economico-imprenditoriale riescano a trovare – insieme – una via d’uscita e rilanciare finalmente l’occupazione e l’economia in modo serio e concreto. 
Chi ha ragione? Io, che ho una certa età, sono pessimista, perché in questi anni ho ascoltato tante belle parole, ma di fatti ne ho visti proprio pochi.
Pier Luigi Riccardini

Risponde Agostino Clerici
Quella di Squinzi ha tutta l’aria di essere stata una boutade lanciata dal palco offertogli all’happening “Dillo alla Lombardia” dal governatore Roberto Maroni. Insomma, andare a? dirlo alla Lombardia che sei tentato di emigrare con la tua azienda in Canton Ticino non è proprio una affermazione da poco? E con quella provocazione Squinzi ha lasciato il segno, in quanto egli in Italia non è semplicemente uno dei tanti imprenditori che possono pensare di delocalizzare la propria attività in Svizzera, ma ricopre l’incarico di presidente di Confindustria.
Naturalmente, i problemi che fanno arrabbiare Squinzi sono reali: “lungaggini burocratiche” e “fisco opprimente” sono una pesante palla al piede della nostra economia.
Ma la soluzione non è però a mio avviso quella di trasferirsi in Canton Ticino.
Il manager della Mapei dovrebbe pagare ai suoi dipendenti stipendi elvetici, anche tre volte superiori a quelli che paga in Italia. E avrebbe forse difficoltà in futuro ad assumere lavoratori italiani, visto che oltreconfine è passato il referendum protezionista contro il lavoro frontaliero.
Come si vede, Squinzi, se anche dovesse davvero andare in territorio elvetico a fare impresa, eliminerebbe alcuni ostacoli e ne troverebbe altri. Il Paese di Bengodi, a onor del vero, non esiste da nessuna parte.
Quindi, la fatica e la stanchezza per una macchina burocratica e fiscale, che rallenta la forza imprenditoriale sana del nostro Paese, è comprensibile e giustificabile ma, se Squinzi ha accettato di guidare gli imprenditori italiani, deve combattere in Italia la sua battaglia, dando lui per primo il buon esempio.
Non so quale sia la “certa età” del nostro lettore, ma anch’io – nel mondo politico, in quello imprenditoriale e sindacale – comincio ad avere alle spalle un passato di parole ed avere davanti agli occhi un vuoto di fatti. Mi pare che stia accadendo – a campi ribaltati – quello che era già successo a partire dal 1994.
Vent’anni di “berlusconismo” non ci hanno sufficientemente vaccinati dalla malattia delle promesse, che ci ha nuovamente infettati con il “renzismo”. Del resto, sperare (o anche solo illudersi) non costa nulla, e quello di attendersi che finalmente qualcuno risolva gli atavici problemi della nostra nazione resta un insopprimibile bisogno del cittadino italiano.
Il pessimismo è istintivo, ma l’animo umano si adatta bene agli illusionismi della politica e dimentica presto le delusioni. Quindi, continuiamo tutti a sperare, incrociando le dita, però, con gesto scaramantico e, intanto, constatiamo amaramente che le scadenze delle promesse vengono ancora continuamente post-datate?
Nella foto: Il presidente di Confindustria Giorgio Squinzi alla recente Assemblea di Unindustria a Villa Erba (foto MV)

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