Cronaca

«Ticino ricco e produttivo grazie ai frontalieri»

altUno studio del “Cattaneo”: la crescita del Cantone coincisa con l’arrivo dei lavoratori italiani
Brutta bestia, la storia. A rileggerla, si scopre quasi sempre che le cose sono diverse da come sembrano. L’apparenza inganna, si sa. Ma il tempo è il principe dei travestimenti. Ci mette il carico da undici.
La sensazione di guardare un mondo con occhi straniati esplode lentamente leggendo l’ultimo quaderno dell’Associazione Carlo Cattaneo, il centro studi luganese che ha sempre lavorato per ricucire gli strappi e le lacerazioni aperti lungo il confine italo-svizzero.
Nel fascicolo

da poco in distribuzione si parla di frontalierato. Tema caldissimo, in Ticino. Per il numero crescente degli italiani che ogni giorno varcano la dogana per andare al lavoro – ormai hanno superato quota 56mila. E per alcune decisioni politiche prese, ad esempio, in tema di salari.
L’ultima è di tre giorni fa. Il Consiglio di Stato di Bellinzona, per limitare gli effetti del dumping salariale ha deciso di innalzare a livelli minimi (3mila franchi) gli stipendi di alcuni settori produttivi (elettronica, ottica, vendita al dettaglio). Comparti in cui la stragrande maggioranza degli occupati è proprio frontaliera.
La storia, si diceva. Se oggi si polemizza, talvolta con toni da guerra fredda, contro la massiccia presenza di italiani nel mercato del lavoro, è perché in troppi hanno dimenticato che fu proprio il Ticino, insieme con altri Cantoni di frontiera, a chiedere a metà degli anni ’60 del Novecento a Berna di allentare le maglie strettissime della politica di restrizione all’immigrazione.
Come scrive Remigio Ratti in uno degli articoli contenuti nel quaderno dell’Associazione Cattaneo, questo fu «l’appello dei Cantoni di frontiera (con il Ticino in prima fila) e di alcuni rami economici (edilizia, tessile, abbigliamento, metalmeccanica) dipendenti in modo particolare dal fattore lavoro. Sono questi i rami dell’industria confederata che s’installano nelle nostre zone di frontiera e danno luogo al vero e proprio decollo del nostro settore secondario. Decollo da serie B se non ci fosse stato in seguito l’insediamento di altri imprenditori innovativi, specie italiani, alla ricerca in primo luogo di condizioni-quadro stabili e competitive, e rassicuranti per l’accesso a un ampio bacino del lavoro transfrontaliero».
Insomma, l’intera economia ticinese si rafforza e conquista la fisionomia che oggi tutti conoscono grazie ai frontalieri e alle imprese italiane.
C’è di più: fino agli accordi bilaterali, il Ticino ha sfruttato a piene mani il vantaggio competitivo che si ritrovava a due passi dal confine. Scrive ancora l’economista dell’Università di Friburgo: «Dal 1966 all’entrata in vigore degli accordi bilaterali con l’Unione Europea nel 2006, il frontaliero può ottenere il permesso d’impiego soltanto se il datore di lavoro può dimostrare di non aver trovato tra i residenti un lavoratore idoneo per un’occupazione definita. Questa fase è corrisposta per il Ticino con quella dello sviluppo “grazie alla frontiera”, determinato dalle “rendite differenziali” (dal contrabbando alle differenze salariali reali a livelli di datori di lavoro e di dipendenti) e dalle “rendite di posizione” (in particolare nel campo della gestione patrimoniale e fiduciaria)».
La ricchezza di ieri è diventata oggi problema politico. A causa della globalizzazione, dei contrastati rapporti con l’Europa e di una dinamica sociale non diversa da quella del resto dell’Occidente.
Come spiega Valentina Mini, in un altro contributo pubblicato nel quaderno dell’Associazione Cattaneo, il frontalierato è una «particolarità» del mercato del lavoro delle terre di confine. «Ancor più se tali regioni vivono cicli economici differenti». Gridare oggi contro i frontalieri è, insomma, come abbaiare alla luna.

Nella foto:
Un’immagine della campagna anti-frontalieri “Balàa i ratt” condotta nel 2011 dall’Udc, partito conservatore confederato
19 gennaio 2013

Info Autore

Redazione

Redazione Corriere di Como redazione@corrierecomo.it


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Archivio
novembre: 2018
L M M G V S D
« Ott    
 1234
567891011
12131415161718
19202122232425
2627282930  
Numeri utili
NUMERO UNICO DI EMERGENZA
numero 112 lampeggianti
farmacia Farmacie di turno farmacia

ospedale   Ospedali   ospedale

trasporti   Trasporti   trasporti
Colophon

Editoriale S.r.l. (in liquidaz.)
Via Sant’Abbondio 4 – 22100 Como
Tel: 031.33.77.88
Fax: 031.33.77.823
Info:redazione@corrierecomo.it

Corriere di Como
Registrazione Tribunale di Como n. 26/97
ROC 5370

Direttore responsabile: Mario Rapisarda

Font Resize
Contrasto