«Trieste, la violenza comunista e l’orrore dei campi profughi»

altParla il presidente dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia
Il drammatico racconto di Luigi Perini, nativo di Capodistria e comasco d’adozione

«Queste cose non le ho dette nemmeno alla mia famiglia?». Dopo un’ora buona di domande e risposte sulle vicende personali vissute da istriano nel drammatico periodo dell’immediato dopoguerra, Luigi Perini, 67 anni, nativo di Capodistria e comasco d’adozione, commenta così il libro dei ricordi che ha aperto per i lettori del “Corriere di Como”. Occasione dell’incontro è la vicina data del 26 ottobre quando, nel 1954, Trieste tornò italiana. Perini era

un bambino di 8 anni, ma c’era. Dal mese di giugno di quell’anno era in un campo profughi della città giuliana assieme al fratellino e ai genitori, fuggiti dalla terra d’origine – «dove i miei antenati vivevano fin dal 1300» – tiene a precisare. Là, a Capodistria e in tutta l’Istria e la Dalmazia, per gli italiani la situazione si era fatta invivibile: la Jugoslavia del maresciallo Tito discriminava, deportava e uccideva.
L’orrore delle foibe era una realtà acquisita: a migliaia, per il solo fatto di essere italiani e anticomunisti, erano già stati ammazzati e gettati nelle sinistre cavità naturali dell’altopiano del Carso.
«Ricordo il nostro arrivo a Trieste, nel campo profughi di via Tiziano Vecellio – racconta – Mio padre, Antonio, faceva il pescatore. Era invalido e fece il viaggio trasportato sul pianale del carro dov’erano stipati anche i mobili. Mia madre, Valeria, era ammalata ai polmoni. Entrava e usciva dai sanatori. Nel campo profughi le famiglie venivano divise tra uomini e donne in cameroni con letti a castello?». Per la famiglia Perini, la scelta amara dell’esodo significò anche riaffermare l’italianità e protestare per la negazione del plebiscito a favore dell’Italia. Fu una scelta per l’amor di patria, per salvare la libertà culturale e religiosa.
Cosa ricorda di quel 26 ottobre 1954, quando Trieste tornò all’Italia?
«Eravamo in piazza Unità e pioveva. Io ero sulle spalle di mio padre e mentre il sindaco Gianni Bartoli annunciava che arrivavano gli italiani, mio padre piangeva di gioia e anche di dolore perché capiva che non saremmo mai più tornati a Capodistria».
A questo punto è necessario un breve excursus storico. Il 1° maggio 1945 Trieste era stata occupata dalla Jugoslavia. Poi, in seguito agli accordi tra i vincitori della Seconda Guerra Mondiale, il 12 giugno si era installato un governo militare alleato. Il territorio era stato diviso in due zone di occupazione: la Zona A (Trieste compresa), occupata dagli anglo-americani, e la zona B dagli jugoslavi. Nel 1947, la Zona A era entrata a far parte del Territorio libero di Trieste sotto l’egida dell’Onu. Il 5 ottobre di quel 1954, infine, a Londra venne firmato l’accordo (noto come Memorandum) per la riannessione della città all’Italia. La spartizione del Territorio libero di Trieste secondo le due zone già assegnate fu cosa fatta. Il passaggio di poteri dall’amministrazione alleata a quella italiana avvenne il 26 ottobre 1954, quando giunsero in città fanti, carabinieri e bersaglieri.
«Finalmente tornava l’Italia. I giovani andavano ad attendere i militari e li accompagnavano tra due ali di folla». Lo storico passaggio fu celebrato ufficialmente il successivo 4 novembre quando il presidente della Repubblica Luigi Einaudi giunse a Trieste.
Quale fu il disagio maggiore degli anni che precedettero il ritorno all’Italia?
«La mancanza di libertà finché restammo a Capodistria. La mia famiglia era profondamente cattolica e la libertà religiosa era negata. Scompariva la società esistente e subentrava una diversa cultura dominante. Poi c’erano violenze e sparizioni. Noi abitavamo vicino al carcere di Capodistria, l’ex convento di Sant’Anna, e sentivamo le urla strazianti di chi vi era rinchiuso».
Vi furono polemiche per un certo atteggiamento dell’Italia, giudicato opportunista.
«Fummo traditi da chi veniva a chiedere i nostri voti nei campi profughi. Certi esponenti della Democrazia Cristiana lo fecero, salvo poi agire in modo da cancellare completamente la nostra memoria cedendo alle pretese jugoslave su Istria e Dalmazia».
Più forti ancora furono le polemiche verso il Pci, giudicato acquiescente al Maresciallo Tito. «Su tutto faceva fede l’ideologia. Lo dimostrano i documenti, per esempio la dichiarazione congiunta dei partiti comunisti di Italia, Slovenia e Austria sulla questione istriana. A ciò si deve aggiungere il nazionalismo slavo, rimasto intatto anche dopo la fine dell’esperienza comunista».
Cosa resta oggi della sua infanzia segnata dall’essere straniero in patria?
«Non mi sono mai sentito straniero in patria. Certo, a Trieste, peraltro città mitteleuropea, accogliente, disponibile, non avevo più il mio mondo: casa, tradizioni? E noi esuli non eravamo ben visti. Eravamo considerati persone che “rubavano” il lavoro».
E la vita nei campi profughi, com’era?
«Per 14 anni ho vissuto in tre diversi campi profughi a Trieste: oltre a quello di via Vecellio, a Campo Marzio e alla Risiera di San Sabba, prima campo di prigionia nazista. Infine, alla Casa dell’Emigrante. Mangiavamo pasta con grasso idrogenato al posto del sugo. E facevamo la doccia a scuola perché non c’era altro modo. Sapesse quali stratagemmi, di sera, per non farmi riaccompagnare dagli amici che altrimenti avrebbero visto dove abitavo. Ma non ci fu mai una manifestazione di protesta, perché non volevamo denigrare l’Italia».
Riproponiamo l’intervista fatta il 22 ottobre scorso dal vicedirettore del “Corriere di Como”, Marco Guggiari, a Luigi Perini, presidente dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia

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