Lugano è su un altro pianeta: i musei producono eventi

L’esempio rossocrociato
Marco Franciolli: «Abbiamo la programmazione sino alla fine del 2018»
Pensi a Lugano e subito vengono in mente antologiche di successo, con nomi celebri: da Botero a Bacon, da Munch a Modigliani. Sul Ceresio sembra insomma di respirare un’aria diversa rispetto a quella lariana. Quali sono i motivi del successo del “modello Lugano”? Avere scommesso sul futuro. Dal 2005 ad esempio il Museo Cantonale e il Museo d’Arte, prima indipendenti, si sono di fatto fusi in vista del “Lac”, il nuovo centro culturale di Lugano la cui apertura è imminente, con il loro patrimonio di opere, per creare sinergie ed economie strategiche e migliorare le attività espositive.
«Il nostro punto di forza è essere musei d’arte che producono ricerca scientifica e anche eventi temporanei che di tale attività di ricerca sono diretta conseguenza», dice il direttore Marco Franciolli, che in seguito a un accordo fra il Cantone e la Città di Lugano guida sia il Museo d’Arte sia il Museo Cantonale di Lugano e che cura nel primo, fino al 1° giugno, la bella mostra Gerusalemme fotografata, dedicata a immagini storiche della città santa delle tre religioni monoteiste. «La nostra programmazione come musei luganesi è intimamente legata alla valorizzazione delle collezioni. Si ha grande cura della conservazione e della tutela del patrimonio. Il nostro mandato istituzionale è favorire la conoscenza dei nostri tesori presso il pubblico. Come musei, ci siamo quindi dotati di tutti gli strumenti che definiscono l’attività: personale scientifico, esperti nel restauro, ma anche nella gestione degli eventi espositivi. Le mostre sono solo un momento visibile della vita del museo che è attiva per 12 mesi l’anno».
Occorre quindi che Como prenda questa strada? «Guardate l’esempio del “Museo Mart” di Rovereto, che mi pare segua la nostra stessa politica – dice Franciolli – La collezione e le sue opere diventano, oltre a un certificato di credibilità scientifica, motivo e materia di scambio con altri musei e istituzioni. Noi abbiamo sempre costruito i nostri progetti beneficiando del prestigio conseguito sul campo e con uno spirito di rete che ci lega ad altre istituzioni a livello nazionale e anche internazionale».
Un altro fattore essenziale è la programmazione a medio e lungo termine, sia sul fronte del contenuto culturale che sul fronte finanziario. «Serve per avere la garanzia di una durata nel tempo e per poter sviluppare una strategia solida – dice Franciolli – Noi a Lugano abbiamo una programmazione che prevede un’agenda fino alla fine del 2018, con un sussesuigri di esposizioni da quella piccola a grande, secondo linee guida definite attraverso un confronto costante con la commissione scientifica dei musei, composta da esperti e da figure professionali solide che possono assumersi la curatela di vari progetti, da finanziare sia con l’apporto pubblico del Cantone sia con l’aiuto di privati come banche e fondazioni».
E il pubblico? «L’anno scorso tra visitatori delle collezioni e visitatori delle mostre temporanee abbiamo registrato 55mila presenze. Con il 60% rappresentato da pubblico del Nord Italia e una buona fetta dalla Svizzera interna. Segno che la cultura genera indotto turistico».

Lorenzo Morandotti

Nella foto:
Amalassunta su fondo giallo, opera del 1954 di Osvaldo Licini attualmente in mostra nella retrospettiva Jean Arp-Osvaldo Licini al Museo d’Arte della città di Lugano

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