Quando a Lugano Indro Montanelli si innamorò perdutamente del ciclismo

«L’ingresso del Giro d’Italia in Svizzera è stato come l’ingresso di un elefante in un negozio di vetri di Murano. Un primo tentativo di disciplinare la urlante, strombazzante, impolverata, sudata carovana è stato compiuto dai doganieri alla frontiera. E per la prima volta nella storia di questa corsa si sono viste le automobili che la seguono allinearsi in fila indiana, docili come soldatini sotto le perentorie ingiunzioni dell’ordine costituito».
Sabato 14 giugno 1947. L’Italia uscita a brandelli dalla guerra e da venti anni di regime fascista è di nuovo divisa. Questa volta la rivalità non è politica, né ideologica. Gli italiani sono gli uni contro gli altri da tifosi. Da una parte quelli che amano visceralmente l’esile figura «di antilope» di Fasto Coppi. Dall’altra, gli irriducibili sostenitori del «democristiano» Gino Bartali.
A definire così i corridori che si contendono la vittoria del Giro è il più grande giornalista di sempre, Indro Montanelli, che per due anni – il 1947, appunto e il 1948 – segue da inviato speciale, sull’automobile del Corriere della Sera, la corsa in rosa.
La magnifica epopea su due ruote è un’occasione praticamente unica. Che Montanelli sfrutta ovviamente meglio di chiunque altro. Raccontando l’Italia, le sue genti, le tradizioni e gli umori di un Paese lacerato ma ancora vivo.
Quelle cronache, forse pagine tra le meno conosciute (ma sicuramente tra le più intense e belle) del giornalista di Fucecchio, sono state raccolte adesso in un unico volume edito insieme da Rizzoli e dal Corriere della Sera (Indro al Giro. Viaggio nell’Italia di Coppi e Bartali. Cronache sportive del 1947 e 1948, a cura di Andrea Schianchi, pagine 250, euro 12.90).
Il viaggio in Italia al seguito della corsa fu, per Montanelli, una sorta di riscoperta. Borghi grandi e piccoli, paesaggi vecchi e nuovi, parlate familiari o sconosciute. Ma soprattutto tanta gente.
Un quadro d’insieme che fece innamorare il futuro direttore del Giornale di uno sport fatto di fatica e di «polvere». Fu proprio alla fine del Giro del 1947, dopo la tappa di Lugano (vinta, per la cronaca, da Giulio Bresci in volata davanti al “Ginettaccio”) che il grande giornalista si spinse a chiedere alla direzione di via Solferino di proseguire il suo lavoro di inviato sportivo. «Ormai il ciclismo è una passione», scrive il curatore del volume, Andrea Schianchi. «Passione per la bicicletta e per quell’universo che attorno ad essa si muove con gli stessi ritmi di un circo».
Così, il 15 agosto, mentre a Roma la Costituente muove spedita gli ultimi passi che porteranno all’approvazione della Costituzione repubblicana, Indro Montanelli sale di nuovo sull’auto del Corsera, questa volta dietro la carovana del Giro di Svizzera.
Una corsa dominata da Gino Bartali, che indossa la maglia di leader dopo la prima tappa e la tiene fino in fondo. «Io sono entrato nel “Giro” con l’animo di chi non ci crede – scrive Montanelli – ne esco dopo aver scoperto che, se le folle si adunano al suo passaggio con un entusiasmo che mai tribuno della plebe e vittorioso generale suscitò, una ragione c’è».
Da. C.

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