L’ultimo appello dell’imputato: «Non sono stato io»

Ma secondo Procura per credere alla ricostruzione della difesa «servirebbe un atto di fede»
«Cosa mi ha detto Franco Cerfoglio? Era preoccupato per sua madre, non per lui. Chi commette gravi delitti si preoccupa prima per se stesso. Invece a me ha chiesto solo di aver cura dei suoi familiari». È commosso l’avvocato Pietro Bassi – con accanto la collega Alida Sacchi – al momento di commentare quanto accaduto poco prima. Si ferma, si porta la mano sugli occhi. «La madre mi ha ringraziato – prosegue a fatica – Lei, come me e come tanta altra gente, crede che Franco sia innocente. Io rispetto le sentenze, aspettiamo le motivazioni, ma non ci fermeremo qui. Andremo in Appello per dimostrare che chi ha ucciso Alfredo Sandrini è ancora in libertà e anche l’arma è ancora in giro».
L’udienza ieri mattina si era aperta alle 9, con un piccolo colpo di scena.
Proprio la difesa aveva infatti depositato contratti di assunzione di Cerfoglio in aziende di verniciatura.
Questo per tentare di dimostrare come le particelle compatibili con lo sparo (ma anche con alcuni tipi di vernici) avrebbero potuto finire sul giubbotto dell’imputato proprio in seguito ai lavori saltuari che aveva svolto.
Un freno alla tesi difensiva era però venuto dalle stesse parole dell’imputato, che chiamato dal presidente della Corte d’Assise di nuovo a parlare, aveva detto che i vestiti per verniciare non li teneva in casa. «La versione fornita dai legali di Cerfoglio è appassionata ma fantasiosa – aveva poi detto il pm Mariano Fadda – Per credere l’imputato innocente bisognerebbe fare un atto di fede. Ma la ricostruzione alternativa è smentita dalle risultanze processuali».
La difesa aveva infatti puntato su un agguato avvenuto con spari esplosi dall’alto, ovvero da una piazzola della Regina affacciata sulla pista ciclabile. I legali avevano anche ipotizzato che più persone fossero presenti in quel momento sul posto. Da qui le diverse marche di sigaretta rinvenute vicino al punto degli spari. Ma per la Procura «le traiettorie dei colpi non sarebbero compatibili».
Ultimo colpo di scena le spontanee dichiarazioni dell’imputato prima della camera di consiglio: «Io non c’entro nulla con quello che è successo. Non sono stato io a sparare. Le armi le avevo restituite tutte ai carabinieri. Non ho ucciso Sandrini».
Poi, alle 10.30, sull’aula al piano terra del palazzo di giustizia è calato il silenzio. Interrotto solo alle 15.30 dal suono della campanella e dalle parole del presidente Vittorio Anghileri che hanno tagliato l’aria tesa dell’Assise: «In nome del popolo italiano…». La decisione era stata presa.

Nella foto:
La pista ciclabile nel tratto tra Domaso e Gera Lario, dove avvenne l’omicidio. Anche quel giorno, il 3 gennaio scorso, pioveva proprio come ieri

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