Omicidio di Don Roberto: l’ultimo gesto d’amore pochi attimi prima del colpo mortale

Mahmoudi si era costituito ai carabinieri ammettendo omicidio

Ha fatto appena in tempo a compiere l’ultimo gesto di amore per quell’uomo che invece era pronto a ucciderlo, con il coltello nascosto tra gli abiti. Quando Mahmoudi Ridha si è avvicinato, martedì mattina alle 7, lamentandosi per un generico (e inventato) dolore al dente, don Roberto, fidandosi e dandogli le spalle, l’avrebbe nuovamente – per l’ennesima volta – sostenuto. «Finisco il giro delle colazioni, poi ti porto in ospedale per un controllo». Proprio in quel momento, il 53enne tunisino l’avrebbe colpito per la prima volta al collo.

Una ferita profonda, che all’inizio pareva essere stata letale. Invece, da una prima indagine sul corpo effettuala dall’anatomopatologo del Sant’Anna, Giovanni Scola, il colpo che avrebbe ucciso don Roberto non sarebbe stato quello, e nemmeno il secondo a un braccio altrettanto profondo. A non dare scampo al sacerdote sarebbe stato uno dei colpi inferti al petto, frontalmente, mentre don Roberto cercava di allontanarsi invano, raggiungendo quell’albero sotto cui è caduto senza vita. A uccidere don Roberto è stato un colpo diretto al petto che ha raggiunto e perforato il polmone.

L’anticipazione dell’autopsia sarebbe stata girata in queste ore alla Procura della Repubblica, mentre la relazione completa giungerà solo nelle prossime settimane sul tavolo del pubblico ministero Massimo Astori.
Il magistrato, in seguito alle dichiarazioni fatte dall’arrestato nell’interrogatorio avvenuto martedì pomeriggio in Questura, negli uffici della squadra Mobile, con le prime ampie ammissioni che erano state fatte dal tunisino, ha anche cambiato l’ipotesi di reato aggiungendo all’omicidio volontario pure l’aggravante della premeditazione.

Del resto, era stato proprio Mahmoudi a parlare di essere andato in piazza San Rocco, quella mattina, ben conoscendo le abitudini di don Roberto, con l’intenzione di uccidere. E del resto, il tunisino sapeva bene anche che in quel momento, alle 7 della mattina, avrebbe trovato il sacerdote da solo, intento a preparare le colazioni e senza volontari in circolazione. I due si erano già trovati di fronte il giorno prima, a Porta Torre, e avevano avuto uno scambio di battute proprio sull’espulsione di cui don Roberto – al pari di molte altre persone – era ritenuto responsabile. In quell’occasione, tuttavia, Mahmoudi non aveva avuto il coraggio di agire.

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