L’ULTIMO SFREGIO A CRISTINA MAZZOTTI

di MARCO GUGGIARI

Prescrizione per tre della banda
Una “breve”, una di quelle notizie che si liquidano in poche righe, informava ieri su un quotidiano nazionale che tre membri della banda a cui si deve il rapimento di Cristina Mazzotti potrebbero farla franca.
Tecnicamente si dice “prescrizione del reato”: è passato troppo tempo perché si possa procedere. Uno degli individui in questione fu coinvolto nell’inchiesta qualche anno fa. Un’impronta lo incastrava, ma ormai potrebbe essere tardi perché costui paghi per le sue malefatte. È la doppia velocità della scienza e della giustizia, che qui trova il massimo della divaricazione.
I nuovi strumenti di laboratorio, la possibilità di spingere le indagini oltre confini un tempo

 invalicabili, permettono di identificare un delinquente a distanza di decenni. La famosa “prova del Dna”, in uso da una ventina d’anni, non ha lasciato scampo, per esempio, ad assassini come Ferdinando Carretta, che uccise i genitori e un fratello; o come Manuel Winston, il cameriere filippino che ammazzò la contessa Alberica Filo Della Torre nel delitto dell’Olgiata.
A questa capacità della scienza, però, nel nostro Paese fa riscontro una giustizia lenta e retta da leggi che la rendono iniqua. Un’incapacità del diritto di soddisfare gli offesi, i loro familiari e la società.
Il caso di Cristina Mazzotti è, in tal senso, lo schiaffo peggiore che potesse essere dato. “Cri-Cri” era una ragazza di appena 18 anni quando venne rapita, la notte tra il 26 e il 27 giugno 1975. Era arrivata da poco nella casa di vacanza della famiglia a Eupilio, vicino a Erba. Fu portata via dopo una serata con gli amici.
Al papà, l’imprenditore Elios Mazzotti, i sequestratori chiesero 5 miliardi di lire. «Altrimenti – disse il telefonista – di sua figlia gliene mando un pezzettino al giorno».
Quando si raggiunse l’accordo sulla cifra di un miliardo e 50 milioni e il denaro fu consegnato, di Cristina non si seppe più nulla finché i suoi poveri resti furono ritrovati in mezzo ai detriti e ai topi che popolavano la discarica di Varallino di Galliate, in provincia di Novara.
In precedenza “Cri-Cri” era stata tenuta segregata in un buco delle dimensioni di 2 metri e 65 centimetri per un metro e 55. Sepolta viva in una cella profonda meno di un metro e mezzo e aerata da un tubo di plastica del diametro di cinque centimetri.
Abbiamo raccontato questo orrore perché almeno non si dimentichi. La fine di Cristina e di suo padre, che morì di crepacuore, commosse tutti.
Adesso, con la storia della prescrizione, qualcuno dovrebbe almeno chiedere scusa.

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1 Commento

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    Simona , 22 Giugno 2019 @ 14:14

    Mi ricordo quel periodo al Varallino tutti avevamo paura di passare da quella discarica. 😭😭😭
    R.I.P.

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