«Un amico alpinista confezionò il cappio e io lo misi in valigia»

Vent’anni fa Mani Pulite – Il comasco Luca Leoni Orsenigo racconta in un libro la sua breve stagione da deputato e il suo disincanto verso la Lega
Il parlamentare lariano maneggiava antenne: Bossi lo volle capogruppo nella Commissione di Vigilanza Rai
Luca Leoni Orsenigo è un puro, forse un po’ ingenuo come quando, durante il servizio militare, finiva in gattabuia per troppa sincerità, o per la sua naturale ribellione a tutto ciò che è storto.
Eletto un po’ per caso deputato della Lega nella Circoscrizione Como-Sondrio-Varese alle elezioni politiche del 1992 segnate ancora dal sistema proporzionale, grazie alla quasi omonimia con il Leoni storico esponente varesino del Carroccio, si ritrovò appena 30enne catapultato a Montecitorio
nella vasta pattuglia di giovani seguaci di Bossi: 80 onorevoli.
Visse così, sul fronte politico, la stagione di Mani Pulite, che proprio oggi compie vent’anni esatti dalla data dell’arresto del “mariuolo” Mario Chiesa, preso con le mani nel sacco, con la nota mazzetta del Pio Albergo Trivulzio.
Un libro (“Alla fine della fiera Tangentopoli vent’anni dopo”, Federico Ferrero, Add editore) ripercorre quel periodo e dedica una ventina di pagine a Leoni Orsenigo. Che conferma la sua purezza, o ingenuità, nei fatti di cui fu testimone e protagonista.
Quando, il 16 marzo 1993, agitò il famoso cappio alla Camera dei deputati non si rese ben conto della gravità di quel gesto. Voleva un atto eclatante sulla questione morale davanti al premier socialista Giuliano Amato. Il gruppo della Lega temeva di vedersi rubare la scena da quello del Msi. Un amico alpinista diede a Leoni Orsenigo l’idea del cappio. Glielo confezionò e lui se lo portò in valigia fino a Montecitorio. Quando Bossi gli fece notare che era andato un po’ oltre, ecco cosa accadde: «Gli risposi che ero brianzolo e noi brianzoli le cose o le facciamo per bene o non le facciamo proprio». Il presidente della Camera, Giorgio Napolitano, gli affibbiò una settimana di sospensione; Bossi ne aggiunse un’altra, così poté andarsene in vacanza: «In pratica fu un premio, non una punizione, ma formalmente Bossi fece il bel gesto di “punirmi” per quello che avevo fatto».
Leoni Orsenigo fece due legislature, però brevissime: tre anni in tutto («Ma non le cambierei con dieci anni di piattume odierno», dice nel libro) e a 34 anni aveva già finito. Adesso, a Como, fa l’amministrativo in una società che si occupa di operazioni immobiliari. In quel periodo incredibile, siccome sapeva maneggiare antenne, Bossi lo volle capogruppo in Commissione di Vigilanza Rai.
Puro e ingenuo, uscì di scena senza fare carriera perché non sopportava le pecche della Lega: «Rimasi malissimo quando scoprirono il direttore amministrativo del partito, Alessandro Patelli, con in mano la tangente Enimont. Ecco, quello fu un momento di rottura e di disillusione molto forte. Non me lo aspettavo. Credevo che noi fossimo diversi».
Nell’intervista con Federico Ferrero, c’è tutto il disincanto dell’idealista: «Alla Lega ho molto da rimproverare (…) Rimpiango il fatto che, alla fine, sia diventata come gli altri partiti politici. Poi la gente entra in cabina elettorale, vede la spada di Alberto da Giussano e, anche se è arrabbiata, la croce la mette lo stesso. Perché rappresenta una speranza. Una speranza che però durerà quanto il suo capo».

Marco Guggiari

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