Il ricordo: «Una mattina ci svegliammo e trovammo i carri armati sovietici»

Ungheria 1956 Budapest

Gyorgy Frank fu testimone della rivolta di Budapest. Oggi vive a Limido Comasco
«Ho ricordi nitidi e forti, anche se non ho lottato né sparato». Inizia così la chiacchierata con Gyorgy Frank sulla rivolta di Budapest del 1956. Ingegnere chimico, Frank ha vissuto in Ungheria fino al 1989. Sposato e con due figlie, oggi abita a Limido Comasco e ha cittadinanza anche italiana. Aveva soltanto dieci anni all’epoca dei fatti, quando tra il 23 ottobre e il 10 novembre di quel drammatico anno la nazione ungherese si sollevò contro il regime comunista e subì l’invasione sovietica
e la conseguente sanguinosa repressione. L’esperienza vissuta è di quelle che non si dimenticano.
Il bilancio dei moti fu di 2.600 morti ungheresi e altri 720 nelle file dei soldati inviati da Mosca. Quest’uomo colto e distinto, che discorre pacatamente e rifugge dall’enfasi, ha attraversato la Storia approdando infine alla libertà con la rivoluzione pacifica dell’89.
Fino al 1948 l’Ungheria era una democrazia parlamentare, ma la divisione dell’Europa in due blocchi contrapposti, di fatto sancita tre anni prima dai grandi della terra con la Conferenza di Yalta, stava per dare i suoi frutti malati. «Ribellarsi così, appena otto anni dopo l’instaurazione del regime comunista a Budapest – ragiona il nostro interlocutore – fu senza dubbio una prova di grande coraggio, indipendentemente da come la si pensi».
Con le proteste di piazza, venne richiamato al potere a furor di popolo il politico-patriota Imre Nagy che proclamava la via ungherese al socialismo. Il nuovo premier sciolse la polizia segreta, annunciò di volersi staccare dal Patto di Varsavia, che impegnava i Paesi del blocco sovietico all’aiuto reciproco, e dichiarò neutrale l’Ungheria. Tutto questo, mentre in piazza studenti, operai e contadini innalzavano la bandiera tricolore senza stella rossa, fu giudicato inaccettabile da Mosca. Nikita Kruscev, succeduto a Stalin ordinò la brutale repressione e il 7 novembre si insediò il governo fantoccio filosovietico di Janos Kadar. A vicenda conclusa, Nagy fu arrestato e messo a morte, tramite impiccagione, come il ministro della Difesa Pal Maleter. Nella sinistra italiana lo shock fu grande. Il leader socialista Pietro Nenni restituì il Premio Stalin e inaugurò la stagione dell’autonomia del Psi dal Pci.
Ingegner Frank, cosa ricorda del primo giorno della rivoluzione?
«Mio padre, che era avvocato, tornò un po’ più tardi del solito dal suo ufficio. Entrò in casa e disse: “Ho visto tram rovesciati e una gran massa di gente lungo le strade. C’è sicuramente la rivoluzione”. Era qualcosa che lui, da comunista, non vedeva di buon occhio. Temeva una svolta che cancellasse i valori in cui credeva, anche se nel 1953 era stato costretto a lasciare il suo lavoro e temporaneamente era diventato elettricista. La mamma non era d’accordo con lui. Apparteneva a una famiglia ricca; le erano state confiscate due case senza alcun indennizzo».
Cosa accadde nelle ore seguenti?
«L’indomani noi ragazzi non andammo a scuola. Non c’erano mezzi pubblici, i negozi erano chiusi. C’erano camion dai quali venivano lanciati alla popolazione grandi pani da due chili e latte. Io ero in coda per la mia famiglia?».
Quali altri segnali colse?
«Andai a piedi con mia mamma al mercato. Da casa nostra distava tre fermate del tram, a piedi una ventina di minuti. I contadini vendevano i loro prodotti. Un uovo costava quattro fiorini, una cifra incredibilmente alta, se solo si pensa che un biglietto del tram costava cinquanta centesimi. Mia mamma ne comprò quattro, uno per ogni componente della nostra famiglia. Quando uscimmo dal mercato vidi per la prima volta un carro armato».
Qual era il clima di quei giorni? C’era paura?
«Un giorno sentimmo forti spari vicino a noi e i genitori vollero che ci ritirassimo tutti in cantina. La casa dove vivevamo noi aveva tre piani e ospitava nove famiglie. Ci ritrovammo tutti là sotto».
Come viveste l’invasione dei tank sovietici, avvenuta il 4 novembre 1956?
«Noi abitavamo a Buda e la nostra casa era sul fondo di una valle. Un mattino ci svegliammo e nella piazzetta davanti a noi vedemmo una schiera di carri armati sovietici. Di nuovo dormimmo in cantina per il timore che qualcuno li prendesse di mira dalla collina con il rischio di devastanti reazioni anche a nostro danno».
Cosa ricorda della fine di quei giorni?
«Quando tutto finì e i mezzi pubblici non erano ancora rientrati in servizio, mio fratello e io, con i nostri genitori andammo in visita da nostri parenti che abitavano a Pest. Attraversammo il ponte sul Danubio e all’improvviso vedemmo case squarciate da enormi buchi, resti di barricate…».
E nei giorni seguenti?
«Accadde una cosa curiosa. Nei negozi arrivarono prodotti a noi sconosciuti: limoni, banane, arance. Il regime spalleggiato dai sovietici tentava di favorire anche così la normalizzazione».
L’ingegner Gyorgy Frank crebbe sotto il regime. Tra il 1977 e il 1982 potè lavorare a Roma per conto della delegazione commerciale ungherese.
«Io ero di sinistra, benché non comunista. Tornai a Budapest convinto che il sistema su cui si reggeva l’Italia fosse migliore dal punto di vista umano e della vita quotidiana. Nel mio Paese mi invitavano a tenere conferenze propagandistiche, ma io le rinviavo con una serie di pretesti. Il mio, a ben vedere, era un boicottaggio. Non credevo più nel sistema socialista».
Percepì i segnali di indebolimento del regime che sarebbero sfociati nel 1989?
«Sì, avvertii l’affievolirsi del partito comunista, che era sempre meno presente nella società. Si riducevano progressivamente la burocrazia e i controlli, per esempio per chi chiedeva di recarsi all’estero. La grande rottura avvenne nel 1988, quando la legge permise a chiunque fosse in possesso di un passaporto di espatriare. Mia moglie e io prendemmo l’auto e andammo a Vienna a mangiare una cotoletta alla milanese. Quella sera, quando rientrammo in Ungheria, alla frontiera dissi a mia moglie: “Ma dimmi perché per più di trent’anni non abbiamo potuto farlo?”».
Cosa pensa oggi quando torna in Ungheria?
«Arrivare al confine, per me è sempre una piccola emozione. Ed è una positiva sorpresa scoprire che non ha motivo d’essere l’inquietudine per controlli asfissianti, ormai inesistenti, da parte dei poliziotti».

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