Cronaca

«Una violenza disumana e lucida». Chiesto l’ergastolo per Pirrotta

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Il delitto Caroppa – «Armò la mano» dei cugini brianzoli che agirono il 10 maggio del 2012
Il pm invoca la massima pena per il 46enne di Lurago d’Erba

Ha le mani sul volto Valerio Pirrotta, 46enne di Lurago d’Erba, quando ascolta le parole del pubblico ministero che fluiscono lente ma perentorie. «Non ha mai chiesto scusa in tutto questo tempo. Ha ucciso i sogni e le speranze di una bimba piccola, la figlia di Antonio Caroppa, rimasta senza il padre. Ha mostrato una lucida volontà criminale nell’organizzare e portare a termine il delitto. Io chiedo per lui l’ergastolo con isolamento diurno di sei mesi. Lo merita la violenza disumana che ha

calpestato il valore sacro della vita». È questa la chiusura della requisitoria del pm Rosa Valota di fronte alla Corte d’Assise di Como. Secondo l’accusa non ci sono dubbi. Fu Pirrotta ad armare la mano (con una pistola) dei cugini brianzoli Fabio Citterio, 47 anni di Lurago d’Erba, e Tiziana Molteni, 55 anni, già condannati a 30 anni con il rito abbreviato in quanto esecutori materiali dell’omicidio di Antonio Caroppa, avvenuto in un box di Paderno d’Adda il 10 maggio 2012. Il movente, ha ribadito il pm, è nella volontà di colpire la compagna della vittima, in passato donna di un ergastolano che sarebbe il mandante dell’omicidio.
«Anche se su quest’ultimo personaggio – ha ammesso il pm abbassando la voce – non sono emersi elementi fondati per poter chiedere il giudizio».
Invece Pirrotta – ingaggiato, sempre secondo l’accusa, da uno sgherro dell’ergastolano – sul luogo dell’omicidio c’era ad accompagnare i due killer. E a raccontare bene quello che avvenne, dice il pm, sono le intercettazioni ambientali fatte in carcere ai due cugini.
«Pirrotta dice che siamo stati noi? – racconta la Molteni al marito – Vabbè, può dire quello che vuole ma è lui che aveva i contatti con quell’altro. È l’unico che può dire chi è la quarta persona ma evidentemente ha paura a parlare». E Citterio: «L’arma me l’ha data Pirrotta – dice alla madre – Non può venire fuori il nome degli altri perché sono mafiosi». «Di sicuro quella sera i tre volevano uccidere – ha concluso il pm – Il piano era ben stabilito. La pistola era carica, la matricola abrasa, indossavano guanti in lattice, era sera tardi, non sono elementi che possono far pensare alla volontà “solo” di spaventare Caroppa. Anche perché il colpo fu esploso da Citterio a bruciapelo e a contatto con il collo. Una capacità criminale di non poco conto».
La parola è poi passata alle difese (avvocati Marco Rigamonti e Stefano Didonna) che hanno invece contestato la ricostruzione dell’accusa su un punto fondamentale: Pirrotta «commise solo l’errore di fidarsi di due scorpioni» che lo tirarono in ballo in una vicenda che non lo riguardava. «L’unico elemento che ha la Procura è che Pirrotta era in macchina a Paderno d’Adda – ha detto Rigamonti – ma non ci sono altri elementi che lo legano all’omicidio». «Ma scusate – è stata la provocazione – Se il mio assistito avesse saputo che quella sera ci sarebbe stato un omicidio commesso da due persone che lui aveva assoldato, perché si recò sul posto? Perché non rimase a casa? Perché non si cercò un alibi? Perché tenne in tasca il suo cellulare e non l’altro che usava e che non era a lui riconducibile? O Pirrotta è un pazzo oppure di questa vicenda non sapeva nulla».
«E la confessione dei due cugini – è stata la chiosa – è solo il racconto di chi, trovato con la pistola fumante in mano, cercava per sè il meno peggio. Quindi ecco la strategia di tirare dentro il Pirrotta per scappare dalle proprie colpe». La sentenza sarà letta il prossimo 13 novembre.

Mauro Peverelli

Nella foto:
A sinistra, i rilievi dei carabinieri lungo la via di fuga. A destra, la palazzina di Paderno d’Adda dove ci fu l’omicidio
1 Novembre 2013

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