La nipote: «Chi era mio zio Luchino Visconti»

Luchino Visconti

Anna Gastel apre il libro dei ricordi e rievoca la figura del grande regista
Di suo zio, Luchino Visconti, conserva una gioiosa magìa di ricordi. Gli ha voluto bene e ha fatto tesoro di qualche consiglio di vita che il grande regista le ha dispensato con levità.
Anna Gastel accetta di parlare dell’uomo e del geniale creativo nato il 2 novembre 1906 e scomparso trentacinque anni fa. Discorre con la cultura e con la classe innata delle grandi signore nella splendida villa di famiglia, che affonda le radici nel parco secolare di Cernobbio e nella storia.
L’edificio sorge sui resti di un monastero dell’undicesimo secolo, poi trasformato in residenza dalla contessa Vittoria Calderara e dal marito, il generale Domenico Pino.
La dimora passò quindi a un altro generale, Giuseppe Cima, e ai suoi figli. Il 18 novembre 1893, fu infine acquistata da Anna Brivio, sposa di Luigi Erba. La figlia della coppia, Carla Erba, e il marito, Giuseppe Visconti di Modrone, erano i nonni di Anna Gastel.
Tra i loro sette figli c’erano sia Luchino, sia Ida Pace, nota come donna Nane, mamma dell’attuale inquilina.
Nel bel salotto dove chiacchieriamo spiccano i ritratti e le fotografie di famiglia: i nonni; lo zio Guido, nato per primo, scomparso prematuramente in guerra ad El Alamein, e che assomigliava in modo impressionante a Luchino Visconti; i genitori.
Signora Gastel, che tipo di persona era suo zio Luchino Visconti, come lo ricorda?
«Come uno zio affettuoso, al quale si portava però, in modo naturale, un grandissimo rispetto. Era un uomo imponente, dallo sguardo intenso da guerriero. Era eccessivo in tutto, con se stesso e con gli altri. A un mio fratello, che porta il suo nome, un giorno regalò un’auto, una Giulietta avvolta in un grande fiocco… A Guido, un altro dei miei fratelli, poiché amava leggere, fece recapitare un’enorme cassa di libri ordinati nella vecchia cartoleria di Cernobbio… Ai suoi attori regalava gioielli marcati Cartier e Bulgari… Acquistava anche cose bizzarre e trasgressive. Era un personaggio fuori dagli schemi».
Ha, tra i tanti, un ricordo particolarmente personale che può raccontare?
«Sì, ricordo una sera nella nostra casa di Milano. Io avevo diciotto anni. Zio Luchino lavorava alla Scala con Maria Callas. Venne a cena da noi. Sollecitato da mia mamma a dire cosa, a suo avviso, avrei potuto fare nella vita, mi diede un grande insegnamento che non ho mai dimenticato. “Puoi scegliere ciò che vuoi – disse – ma se vorrai fare la madre, allora ricordati di farlo con tutti i tuoi pensieri”. Mi è rimasta impressa questa idea della famiglia come fucina del farsi persona fin da quando si è bambini».
Luchino Visconti ricordava spesso i suoi anni qui: “Fermarsi a Cernobbio nella villa della nonna, rivedere il catino di porcellana a fiori turchini e, su tutta la strada i piccoli gerani rosa di montagna dal profumo così forte?”.

Ne parlava come di “una vera villa lombarda, tanto cara”. Nelle sue parole e nei suoi scritti si coglie una grande nostalgia di Villa Erba.
«Assolutamente sì. Scriveva spessissimo lettere meravigliose a mia madre, ricordando quando insieme, qui a Villa Erba, avevano condiviso colori, luci, profumi, dal fieno secco nei torridi mesi d’agosto ai temporali… E la dolcezza infinita delle tavolate in famiglia. Noi siamo sette fratelli, proprio come lo erano loro, e lo zio ha vissuto con noi, in questa casa, lo stesso lessico familiare con la gioia di ritrovare quel clima».
Chissà quante immagini di lui qui le passano nella mente e davanti agli occhi…
«Moltissime. Per esempio lo stare qui con noi nella stanza grigia d’angolo, tutta per lui. Era molto goloso. Divorava in continuazione una montagna di cioccolatini. Pensava di essere indistruttibile. Prendeva la vita con straordinaria passione. Diceva che bisogna ardere di passione, senza paura e senza risparmiarsi. Poi, catarticamente, con la sua opera levava un grido d’arte. Era un uomo mistico. Non lo si può pensare, ma da adolescente in crisi si chiuse a Montecassino; andò poi nel deserto a cercare la sua spiritualità. Intervistato da un giornalista francese poco prima di morire, a precisa domanda rispose di non aver paura della morte: “Sono curioso di sapere cosa c’è di là”. E al giornalista che lo incalzò: “Ma allora lei crede?”, replicò: “Sì, è la speranza”».

È proverbiale la meticolosità di Luchino Visconti regista nella cura dei dettagli. Lei ne ha avuto esperienza?
«Oh, sì, diretta. Mi volle come comparsa recitante nell’Innocente. Prima chiese i bozzetti per il mio abito, poi lo volle realizzato sui figurini del grande costumista Piero Tosi. Curava nei dettagli la pettinatura dei miei lunghi capelli. Sceglieva personalmente i gioielli di Bulgari che faceva arrivare a bordo di un blindato alle sei del mattino. Esigeva rose sempre fresche ogni giorno e seguiva perfino l’illuminazione delle candele… Cercava la perfezione e questa ricerca era un messaggio morale».
Il fatto che fosse comunista lo rendeva meno accetto nel vostro ambiente familiare?
«No, la mia famiglia è sempre stata molto aperta, fin dai tempi in cui mio nonno Giuseppe, da aristocratico, sposò nonna Carla, una borghese. Si figuri, prima delle nozze lui stava a Villa Olmo, lei nella recentissima Villa Erba, espressione di una ricchezza comunque appena maturata. Qui la nonna volle una scuola di ricamo per le ragazze del paese, che passavano mesi e mesi con le suore a lavorare sui suoi disegni. Ho trovato tovaglie stupende di quel periodo».
Suo zio si era dichiarato apertamente omosessuale. Anche questo era accettato pacificamente, senza imbarazzi nè ipocrisie?
«In famiglia sì. Non c’erano pregiudizi. Mio zio non fece mistero, ma neppure esibizione della sua omosessualità. Ho vissuto qui con lui e con Helmut Berger e le assicuro che non ho mai visto atteggiamenti meno che corretti, sia nelle parole, sia nei gesti».

Ci sono scene decisive dei grandi film di Luchino Visconti girate qui, o ispirate a situazioni vissute in questo ambiente. Nel “Gattopardo” (1962), la celebre scena finale del ballo è ispirata a Villa Erba. Nella “Caduta degli dei” (1969) Visconti volle che la darsena fosse quella di Villa Erba. “Ludwig” fu montato qui, dopo che suo zio fu colpito da ictus. Cos’hanno di speciale questi luoghi per la vostra famiglia?
«Tutti i nostri ricordi sono a Cernobbio. Lo zio ne aveva tantissimi, maturati anche dopo che i miei nonni si erano divisi. Nonna si metteva al pianoforte e ognuno dei sette figli suonava uno strumento durante le sere passate in quella che noi chiamiamo la “villa grande” (Villa Erba, costruita da Luigi Erba tra il 1892 e il 1902, ndr). Zio Luchino suonava il violoncello. La terza suite di Bach, nella Caduta degli dei, evoca quell’esperienza. Ebbe la sua prima recensione, all’età di 14 anni, proprio per un concerto da lui tenuto al Conservatorio di Milano su musiche di Bach e di Benedetto Marcello».

Marco Guggiari

Nella foto:
Un’immagine di Luchino Visconti (1906-1976) alla macchina da presa

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