«Tre generazioni con la missione del postino»

Pierangelo Molteni attinge ai ricordi del mestiere svolto anche dal padre e dal nonno
Si può dire che appartiene a una “famiglia d’arte”. Pierangelo Molteni è postino in pensione, suo padre era portalettere prima di lui e il nonno faceva lo stesso mestiere. Settant’anni, erbese “doc”, sposato e padre di due gemelle, oggi ripercorre volentieri i ricordi di un lavoro che richiede anche un po’ di vocazione.
A riprova di ciò, il padre di Pierangelo, se doveva assentarsi dal servizio, cercava personalmente un sostituto a cui, in seguito, girava una parte della paga di quel
mese. Erano gli anni ’50 del secolo scorso.
Lo spunto della nostra chiacchierata è la letterina di Natale che tanti bambini inviano tuttora, sperando di avere di ritorno i doni desiderati. «Eh, ma la maggior parte di loro è molto più sveglia di quanto lo fossi io alla stessa età – sorride Molteni – Io ho creduto fino a 10 anni che Gesù Bambino portasse i regali. Al giorno d’oggi, chi si lascia più incantare dalle belle favole? Sì, mi capitava di trovare qualche missiva nelle buche delle lettere. Magari era diretta a Babbo Natale, senza indirizzo nè francobollo…».
E le brutte notizie? Come gestiva la paura che la gente semplice aveva dei telegrammi?
«Beh, veramente quelli erano consegnati dai fattorini. Mio padre e mio nonno, invece, portavano nelle case la corrispondenza di chi scriveva dal fronte. Si può immaginare il sollievo dei familiari alla notizia, attesa a lungo con il fiato sospeso, che i congiunti in divisa da soldati erano vivi».
A proposito di militare, dal suo punto di osservazione com’era l’arrivo nelle famiglie della cartolina rosa?
«Eh, mamma e papà erano dispiaciuti. Spesso le mamme piangevano. Io cercavo di consolarle, dicendo che quel periodo sarebbe passato in fretta. Soprattutto, le invitavo a pensare che non c’era la guerra… Certo, anch’io, quando ho ricevuto l’avviso di presentarmi alle armi non ero contento. Me l’aveva consegnato mio padre nell’esercizio delle sue funzioni di postino. Avevo reagito dicendogli: “Straccialo!”».
Le lettere degli innamorati coinvolgevano in qualche modo anche lei?
«Non erano poi tante a Erba. Un tempo, infatti, i fidanzati abitavano nello stesso paese o città e non usavano la posta per scriversi. Capitava qualche messaggio. Gli interessati, sorridendo, mi dicevano: “Meno male”. Poi, magari, finiva tutto gambe all’aria».
Com’è cambiato il lavoro del postino?
«Mio nonno e mio padre giravano in bicicletta. Si immagini che bello pedalare con i pacchi… Io mi spostavo in motorino, con qualunque tempo. E pensi che mi sono infortunato soltanto una volta, nel mio primo giorno di lavoro dopo il congedo matrimoniale. Sono caduto e ho riportato una distorsione a un ginocchio: quaranta giorni di prognosi».
Parliamo degli incerti del mestiere…
«Eh, ricordo bene le morsicature dei cani. Capitava nei giardini di qualche abitazione, quando non c’erano i proprietari, oppure se non ero abbastanza lesto ad aprire e chiudere i cancelli. Su una gamba ho ancora i segni dei morsi di un cane lupo. Altre volte mi è andata meglio, rimediando soltanto qualche strappo ai pantaloni».
E i malintenzionati?
«Ho subito una rapina in ufficio. Tre banditi armati, uno dei quali imbracciava un mitra, hanno fatto irruzione alle 8 del mattino. Al Gazzettino Padano raccontarono la rapina parlando di malviventi emozionati, al punto che si sbagliarono e intimarono: “Mani in basso!”. Invece erano furbi. Se ci avessero obbligato a tenere le mani in alto, chi passava per la strada avrebbe immediatamente capito che era in corso un colpo alle Poste».
Qual era la cosa che le dava più fastidio nel suo servizio?
«La cosa peggiore era uscire dall’ufficio postale e trovare il motorino con una gomma a terra. Quante volte mi è successo! Correvo qui vicino dall’Adamo che sistemava la camera d’aria. E poi, quel giorno, prolungavo l’orario di lavoro per non penalizzare gli utenti».
C’erano altre situazioni che le creavano problemi?
«In ufficio fumavamo tutti come dannati. Allora la legge non lo vietava. Io non sopportavo il fumo ed erano vere e proprie battaglie».
C’era qualcosa in particolare che costituiva per lei un rammarico?
«Sì, quando non arrivavano i giornali. La gente pensava che fosse colpa nostra. Invece, all’epoca, i quotidiani arrivavano con il treno. Se i distributori non arrivavano per tempo alla stazione di Milano, il convoglio partiva e arrivava a Erba senza il pacco che tanti aspettavano»..
Trovava riconoscenza per il suo lavoro?
«Certo, a Natale arrivavano mance o panettoni da parte di tanti cittadini».

Marco Guggiari

Nella foto:
Pierangelo Molteni ritratto davanti alle Poste di Erba nell’atto di simulare la raccolta della corrispondenza da una buca delle lettere (foto Baricci)

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