I personaggi del Corriere

«Volo in America per dare senso alla mia vocazione»

Martino Rabaioli approfondirà gli studi di Letteratura alla Notre Dame University, nell’Indiana
La domanda più insidiosa, quella che cela il rischio di una risposta supponente, è piazzata verso la fine del nostro colloquio. L’interlocutore riflette e poi replica con semplicità. «Sì, mi sento un cervello in fuga. Vado negli Stati Uniti, ma in questa decisione non ha giocato in me alcun sogno americano. Sarei stato benissimo qui, nel mio Paese, dove ho tutto ciò che amo e che mi è necessario. Ma per la vocazione che mi sembra di avere, l’America ha quanto cerco. Mi dice: “Quello che
hai è valido; quello che studi è interessante”».
Martino Rabaioli, classe 1985, di San Fermo della Battaglia, partirà il prossimo 2 agosto per South Bend, Stato dell’Indiana, destinazione Notre Dame University. Diplomato al liceo classico “Alessandro Volta” di Como e laureato con 110 e lode in Letteratura moderna all’Università degli Studi di Milano, ha scelto l’estero e un altro continente per approfondire i suoi studi. La storia che racconta sorprende per modalità e aperture di credito, tanto più in una materia umanistica e tipicamente italica.
Come nasce questa idea degli Stati Uniti?
«Dopo la laurea triennale, accingendomi alla tesi, un amico mi ha dato un libro di un professore americano. Si tratta di un’opera difficile, ma grazie a quel volume ho scoperto che l’autore studiava la letteratura senza timore di spaziare tra vari campi, pur mantenendo assoluto livello scientifico. Così mi sono chiesto se poteva essere interessante andare negli Stati Uniti perché io volevo comunque continuare a studiare».
Quali sono i punti di forza dell’università che ha poi accettato la sua candidatura?
«Un altro amico era stato alla Notre Dame University. Mi ha spiegato cosa significa studiare in America e mi si è aperto un mondo. Riassumo: corsi ad amplissimo spettro su tutta la letteratura italiana, che avrebbero colmato le mie lacune. In parallelo, una formula che prevede l’insegnamento dell’italiano, da parte di chi ha la nostra nazionalità, agli studenti più giovani che scelgono “Italian Studies”. A me la Notre Dame University pagherà la retta (42mila dollari per il primo anno, poi si vedrà), mi darà un modesto stipendio in cambio del fatto che insegnerò e io dovrò produrre “papers”, tesine a ritmo molto intenso?».
È chiaro che la conoscenza della lingua inglese è stata decisiva per lei. Non tutti i giovani si rendono conto di quanto sia importante.
«Sì, io ho inviato la domanda e la documentazione richiesta. Dopo che questa è stata vagliata, sono seguiti colloqui telefonici, nel corso dei quali mi è stato chiesto il metodo utilizzato per la mia tesi. Il tutto, naturalmente, in lingua inglese, un idioma che non si può ignorare. È essenziale pensare in inglese. Per chi studia, l’idea di non sapere questa lingua non ha più spazio. Tutte le pubblicazioni più interessanti vengono dai Paesi anglosassoni. I giovani devono andare all’estero, almeno d’estate e il più lontano possibile da dove ci sono italiani per compiere una vera full immersion. Chi non lo fa se ne rammarica amaramente subito dopo aver finito l’università. È una lacuna grave per il proprio futuro».
Come si spiega questa eccellenza americana negli studi classici?
«Hanno i maggiori “dantisti” del mondo. Loro hanno la freschezza che noi dobbiamo recuperare. Si rendono conto che studiare Dante è interessante anche per capire la loro stessa cultura. Hanno un modo di studiare libero da un sostrato di categorie, preconcetti, indirizzi critici e metodologici che, invece, da noi rischiano di essere un’ideologia restrittiva, un ridursi a un orticello limitato?».
Da quanto lei dice sembra di capire che la fuga di cervelli proseguirà ancora a lungo.
«A un mio amico davvero geniale e competente, stanco di essere sottovalutato in un’università italiana, quattro università americane hanno offerto viaggio, vitto e alloggio perché andasse lì, facendo a gara per accaparrarselo?».
Un’ultima domanda: qual è il suo autore preferito?
«Su tutti prediligo Giacomo Leopardi. Grazie a lui, al liceo ho compreso che la letteratura è interessante quando mi hanno fatto capire quale collegamento poteva avere con la mia vita. Ho realizzato che è uno strumento di conoscenza e di vita».

Marco Guggiari

Nella foto:
Una veduta della University of Notre Dame di South Bend, nello Stato americano dell’Indiana
29 Maggio 2012

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