Il figlio di Carluccio: «Vorrei chiedere cosa hanno risolto uccidendo mio padre»

Parla Alessandro Carluccio, figlio dell’artificiere dilaniato a Como da una bomba nel 1981
«A quelli che hanno ucciso mio padre vorrei chiedere se hanno risolto qualcosa?». La risposta, pronta e sofferta, arriva verso la fine della chiacchierata con Alessandro Carluccio, trent’anni, figlio del brigadiere morto a Como il 15 luglio 1981 mentre tentava di disinnescare un ordigno nella “notte dei fuochi” che sconvolse la città.
Alessandro lavora come il padre Luigi nella polizia. Squadra anticrimine. Nei giorni scorsi era sul Lario per il torneo di calcio organizzato in memoria

dell’uomo al cui sacrificio i comaschi si inchinano riconoscenti. Lo incontro nell’albergo dove alloggia dopo un lungo viaggio da Scorrano, il paese del Salento, in provincia di Lecce, dove vive.
Eccolo il giovane che non ha conosciuto suo padre. Quando Luigi Carluccio morì, aveva appena otto mesi. Fisico asciutto, nella tuta sportiva che indossa dimostra meno della sua età attuale, ma le cose che dice – quelle sì – sono da uomo adulto che ha dovuto crescere in fretta.
Il tragico film di quella lontana sera d’estate è una pellicola a ritroso che Alessandro avrà percorso mille volte. «Papà era appena tornato a Milano da Scorrano, dove si era celebrata la festa di San Domenico, che è sacra al paese nostro? Le ferie erano finite». Il resto è purtroppo noto. Carluccio era un artificiere: «Noi a casa non lo sapevamo – dirà anni dopo la vedova Maria Rosaria Maruccio – Non l’aveva rivelato a nessuno. Ce l’aveva tenuto nascosto perché non voleva farci preoccupare».
Quella notte Carluccio è chiamato a Como, dove le Brigate operaie per il comunismo hanno piazzato bombe in più punti della città. Neutralizza un ordigno in via Vitani. Ce n’è un altro all’incrocio tra viale Lecco e via Sacco, dietro la saracinesca della macelleria Simonetta, dove oggi c’è un bar-pasticceria. Carluccio si mette al lavoro, ma mentre si accinge al delicatissimo intervento la bomba esplode e lo uccide. Ha soltanto 28 anni, lascia una giovanissima moglie e Alessandro, un bimbo in fasce.
Maria Rosaria deve inventarsi una vita. «In quei giorni – ha raccontato in un’intervista al nostro giornale – io pensavo solo al fatto che mio marito era morto e che avevo un bambino da crescere senza il padre e che avrei dovuto farmi forza da sola».
Alessandro, che effetto le fa essere a Como per questa iniziativa?
«Ne sono molto lieto perchè la vostra città ricorda sempre mio padre. Ogni anno ricevo l’invito a partecipare alla celebrazione del 15 luglio. Quando riesco a essere presente e sono nel luogo dov’è successo il fatto, in me si affacciano tanti pensieri. Uno su tutti è la considerazione dei comaschi nei confronti di Luigi Carluccio… Poi mi capita di riflettere sul fatto che io, senza padre, sono stato più sfortunato di altri, ma in compenso ho conosciuto tante persone che gli vogliono bene».
Lei non ha mai conosciuto suo padre. Quando si è reso conto di chi era?
«Io sono cresciuto con il padre che non avevo, anche se questo può sembrare un paradosso. Lo conoscevo per via di una fotografia. Ho avuto coscienza di lui attraverso le lettere che scriveva a mia madre. Era un uomo sorprendente. Scriveva poesie. Aveva un diario sul quale, due giorni prima di morire, scrisse una poesia intitolata “L’uomo e la morte”. Attraverso tutto questo capii chi era il padre che non avevo conosciuto».
C’è qualcosa di suo che lei ha scoperto e che conserva come oggetto particolarmente caro?
«Come dicevo, soprattutto le poesie che scriveva. E poi l’atteggiamento verso la vita, che ho cercato di fare mio. Lui voleva bene alla sua terra e alla Chiesa. Aveva fatto il chierichetto e ogni volta che tornava al paese incontrava i sacerdoti… È cresciuto al Conservatorio… Nutriva una grande passione per il calcio, che mi ha trasmesso».
Com’è maturata la sua scelta di fare come lui e di entrare in polizia?
«Mia mamma era fortemente contraria. Quando ho finito il corso e mi ha visto con la pistola si è messa a piangere. Ma io volevo entrare nella polizia di Stato fin da piccolo. Per me questo non è un lavoro, ma fare del bene alla gente. È una passione; una vocazione. Così facendo, è come se stessi vicino a mio padre».
Se potesse incontrare i terroristi che hanno messo quella bomba, che cosa vorrebbe dire loro?
«Vorrei chiedere loro se hanno risolto qualcosa. E se, magari, per il fatto di non essere mai stati scoperti, adesso conducono una vita da persone perbene, forse altolocate… Vorrei sapere come fanno a vivere con quel rimorso, se ce l’hanno. Spero soltanto che abbiano cervello e che capiscano il danno arrecato non solo a mio padre, ma a tante vittime del terrorismo».
Desidera dire qualcosa anche ai comaschi?
«Ai comaschi io devo unicamente rispetto e gratitudine. Non mi sognerei mai di dare consigli. Certamente, mi piacerebbe che portassero a termine opere per il bene della gente, rispettando obiettivi prestabiliti. Poi vorrei che durasse il rapporto speciale con la memoria di mio padre».

Marco Guggiari

Nella foto:
Un’immagine di Alessandro Carluccio con la divisa della polizia

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