Ma è l’ospedale della città

Un’occasione persa
«L’ente ospedaliero Valduce è un ospedale religioso, retto dalla Congregazione delle Suore Infermiere dell’Addolorata, fondato nel 1853 da Madre Giovannina Franchi. Dal 1974 è “Ospedale Classificato”, dizione che indica gli ospedali religiosi che, all’interno del Sistema Sanitario Nazionale, vengono equiparati a quelli pubblici». Fin qui la presentazione ufficiale, tratta direttamente dal sito del presidio di via Dante.
Una descrizione oggettiva e sintetica, dietro la quale si nasconde molto di più, come ben potrebbe raccontare qualsiasi cittadino comasco.
Perché, se è vero che il Sant’Anna è indubbiamente il principale ospedale dell’intero territorio lariano, la provincia ha storicamente una situazione anomala dal punto di vista sanitario.
Da tempo infatti, a fronte di un quadro generale lombardo e italiano che vede una netta prevalenza delle prestazioni offerte dalle strutture pubbliche, sul Lario la suddivisione è 50-50, con una sostanziale parità tra i servizi offerti dagli ospedali del sistema sanitario nazionale e quelli del privato accreditato.
E il Valduce è il principale erogatore tra quelli racchiusi sotto l’etichetta “privato accreditato”. Senza contare che, dal momento del trasferimento del Sant’Anna a San Fermo della Battaglia, il pronto soccorso di via Dante – e, di conseguenza, l’ospedale nel suo complesso – ha registrato un aumento dei pazienti del 7-10%.
Un dato non certo sorprendente e a grandi linee previsto già prima dell’effettivo trasloco da via Napoleona del Sant’Anna. Come conferma in modo emblematico anche la recente “guerra dell’anagrafe” per la registrazione dei neonati venuti al mondo nel nuovo presidio, infatti, ad oggi il Valduce è a tutti gli effetti l’ospedale della città di Como. E i bebè che vedono la luce al Sant’Anna, con buona pace dei politici, sono registrati all’ufficio anagrafe del Comune di San Fermo della Battaglia.
Lungi da noi la presunzione di voler dettare le linee guida della politica sanitaria. Non possiamo però esimerci dal chiedere a chi deve scrivere queste stesse linee di tenere ben presente la situazione (oggettiva) di Como appena descritta.
Naturalmente, ben venga l’obiettivo di evitare lo spreco di risorse pubbliche tramite una programmazione oculata dei servizi, sanitari e non.
Duplicazioni e sovrapposizioni, tra l’altro, non vanno certo nell’interesse dei pazienti e rischiano, anzi, di ridurre la qualità stessa dell’offerta erogata.
Sacrosanto dunque l’obiettivo di tagliare le spese inutili. Purché in nome della guerra agli sprechi non si passi sul fronte opposto, quello del risparmio sulla pelle dei cittadini.
Nessun facile vittimismo, per carità. Però, chi deve (o dovrebbe) decidere come e in che misura distribuire le – scarse – risorse disponibili, non dimentichi di fare bene i conti con la realtà.
Che piaccia o meno, e senza voler neppure lontanamente parteggiare per chicchessia, l’ospedale Valduce, oggi, è a tutti gli effetti l’ospedale della città di Como.
I cittadini comaschi lo sanno bene. Chi sta un po’ più in alto non faccia finta di non saperlo.

Anna Campaniello

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