«Ma non si tratta di fondamentalisti islamici»

Intervista a Stefano Dambruoso
«Una cosa è essenziale: non fare confusione nelle analisi. Non siamo di fronte a cellule fondamentaliste simili a quelle di al Qaeda». Stefano Dambruoso, magistrato, è a capo dell’ufficio per il coordinamento dell’attività internazionale del ministero della Giustizia.
In passato ha lavorato all’Onu e ancora prima ha seguito molte inchieste sul fenomeno jihadista.
Di recente ha pubblicato, con Mondadori, un libro – Un istante prima – in cui analizza il cambiamento del terrorismo islamico di matrice fondamentalista nel decennio seguito all’attentato alle Torri gemelle dell’11 settembre 2001.
«Hezbollah turco è un fenomeno collegato alla situazione del Kurdistan, ma anche a quanto sta accadendo in Siria e a quanto successo durante la cosiddetta primavera araba. Da quei territori si è sviluppata una forte emigrazione di soggetti che sono politicamente vicini a questa area».
Il gruppo turco, poi, è anche differente rispetto allo storico Hezbollah libanese, «i cui contorni politico-organizzativi – dice ancora Dambruoso – sono più definiti». Il fatto che una parte delle cellule di Hezbollah turco sia stata individuata nel Comasco e, in particolare, al confine con la Svizzera non sorprende il magistrato. «Il territorio lariano è storicamente un luogo di transito verso il Nord Europa – dice – È ovvio che alcune basi siano state individuate a ridosso della frontiera».
Un’ultima riflessione di Dambruoso riguarda il modo in cui combattere politicamente questo tipo di terrorismo.
«Avendo lavorato per le Nazioni Unite e soprattutto per l’Unione Europea – conclude il magistrato – sono un convinto sostenitore dell’ingresso della Turchia nell’Ue. La presenza di un governo islamico moderato nelle istituzioni europee potrebbe infatti favorire la reciproca comprensione tra culture differenti e aiutare anche in maniera concreta la lotta al terrorismo».

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