Maestri e professori in mezzo al guado delle grandi questioni pedagogiche

Interventi e repliche

Da ex-insegnante (e poi ex-ispettore scolastico) sento il dovere di scendere in campo in difesa dei professori, perché mi ha sconcertato una notizia comparsa di recente sul “Corriere della Sera”: si dice che “ai sensi del D.L. 81/08 art. 41 i professori rientrano nelle categorie di lavoratori che devono essere sottoposte a vigilanza sanitaria per la verifica delle condizioni di alcoldipendenza, come i guidatori di autobus, i piloti d’aereo, i portalettere. Un preside è stato multato per avere omesso questa incombenza” (G. Tesorio, Note di scuola).
In realtà, i maestri e i professori non possono essere considerati una categoria privilegiata o addirittura una “casta”. Piuttosto, sono membri di una congregazione di missionari del sapere, che vogliono convertire al loro credo pedagogico le menti primitive degli allievi (e forse per questo si sentono autorizzati a compiere le più atroci sperimentazioni didattiche su cavie umane inconsapevoli, innocenti e prigioniere).
In questa opera di proselitismo, possono giostrare a loro piacere, perché la pedagogia è una scienza “debole”, che non è in grado di fornire spiegazioni attendibili dei comportamenti passati degli allievi né di avanzare previsioni attendibili sui loro comportamenti futuri.
Nella letteratura pedagogica si possono trovare una ventina di definizioni di “apprendimento”, più di una ventina di definizioni di “curriculum”, divergenti sia sull’oggetto che sui metodi, sia sui presupposti che sulle conseguenze, e almeno una decina di teorie dello sviluppo infantile. Non esiste un sistema di norme pedagogiche che sancisca i canoni del “bene insegnare”, e neppure un sistema di norme docimologiche che sancisca i canoni del “bene valutare”: “i voti troppo alti possono ingenerare esaltazione e i voti troppo bassi possono ingenerare depressione… perciò diamo sei a tutti e tutti saranno felici e contenti” – come ha detto qualche mente illuminata. D’altra parte, non esiste un credo pedagogico di regime: la libertà di insegnamento è sancita dalla Costituzione.
Anche le grandi questioni pedagogiche possano essere interpretate, seguendo un diffuso stereotipo concettuale, in termini di opposizione tra due modi di vedere il mondo: uno correntemente accettato come “positivo” e l’altro ricusato come “negativo” –  uno esaltato come “aperto” (audacemente librato in Internet con il tablet) e l’altro deprezzato come “chiuso” (prudentemente aggrappato alla lavagna), uno accettato come “illuminato” e l’altro rifiutato come “oscuro”.
Mutuando il linguaggio che si usa quando si discute di temi politici, si può definire un sistema come appartenente a una  “sinistra” ideologica e l’altro a una “destra”: uno schierato su un fronte “progressiste” e “di avanguardia”, e l’altro su un fronte “tradizionale” e “di retroguardia” (cioè “conservatore”).
Anche le concezioni del rapporto tra i caratteri geneticamente determinati dell’intelligenza – da una lato – e gli influssi socio-culturalmente (e politicamente) determinati dall’ambiente – dall’altro – dipendono dagli orientamenti ideologici e dai tempi che corrono. Ci sono tempi pan-genetisti (“conservatori”) e dei tempi pan-culturalisti (“progressisti”). Oggi viviamo in un tempo progressista in cui predomina il “pensiero debole”. Perciò conviene essere “deboli” in sociologia dell’educazione, in filosofia dell’educazione, in psicologia dell’apprendimento… e così sia.
Inoltre, la scuola è – oggi più che mai – un territorio di conquista che offre risorse sterminate di “spazio vitale” per chi vi si vuole introdurre, per gli scopi più diversi, non sempre esplicitati e non sempre confessabili… forse, a volte (o forse sempre), a scopo di puro lucro pedagogico.
C’è sempre da meravigliarsi se i professori, per districarsi in questo labirinto, si sentono stressati e cercano rifugio nell’alcolismo pedagogico?

Maurizio Pagliari

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