I personaggi del Corriere

Malati del bere, all’inferno e ritorno

altAlcolisti Anonimi
«Ho chiamato “A.A.”. Avevo paura, invece ho trovato gente come me. La condivisione aiuta molto»
Si chiamano G. e S. Hanno 48 e 53 anni, impiegato l’uno, disegnatore l’altro. Entrambi divorziati, G. ha quattro figli, S. nessuno. Vengono dal buio di una vita segnata dall’alcol. Da oltre un decennio fanno parte degli Alcolisti Anonimi, “A.A.”, come abbreviano, associazione presente anche nel Comasco con cinque gruppi intorno ai quali ruota un centinaio di persone. Sono veterani dell’attività di auto-mutuo-aiuto che si occupa del recupero di chi, come loro, è caduto nella dipendenza.

Ci incontriamo a Como nel parcheggio della piscina di Muggiò e chiacchieriamo seduti al tavolo di un vicino bar. Ci fanno compagnia caffè e acqua brillante. «Non possiamo cedere a un bicchiere di vino nemmeno al pranzo di Natale – spiegheranno al momento di lasciarci – Basterebbe per ricominciare a vivere da ubriachi. Dobbiamo stare alla larga anche da un solo cioccolatino ripieno di liquore?».
Ma la loro esperienza è bella perché, come spiegano, non ha nulla di impositivo. Nasce e si consolida nella libertà e nella reciprocità.
Qual è la vostra storia personale di alcolisti?
G: «Io ho iniziato in modo quasi casuale, all’età di 16 anni, con qualche birra alle feste. Bere mi dava euforia, perdevo la timidezza, diventavo intraprendente con le ragazze? Poi mi ha preso la mano. A vent’anni bevevo abitualmente tutti i giorni, non importa cosa, perché mi aiutava a stare in piedi. Da ultimo sono passato ai superalcolici. Cominciavo alle 7 del mattino. La mia vita era ormai condizionata, mi isolavo, mi vergognavo, mi illudevo di nascondere il mio stato».
S: «Da giovane, la prima volta che ho bevuto un amaro mi è girata la testa, stavo quasi male. Pensavo: mai più? Quando poi sono caduto nell’alcolismo, sono arrivato a ingurgitare otto-dieci litri di vino scadente al giorno. Ho iniziato per vincere la mia timidezza, per sostenere un colloquio di lavoro, per incontrare una ragazza? Cose così. Mi disinibivo e superavo le mie paure. Poi il mio organismo chiedeva sempre più alcol, aveva bisogno di zuccheri. Sono caduto in un abbrutimento progressivo. Dicevo: “Domani smetto”, ma era un inganno mentale. Invece ero dominato dalla compulsione. Ho provato medici, cliniche, ma la mia testa non era mai pulita e, appena uscivo, il primo bar era mio».
Perché si inizia a bere?
G: «Come ho detto, per quanto mi riguarda, casualmente. Poi bere è diventato la stampella per affrontare qualunque cosa, per rapportarmi con le persone».
S: «Io posso dire per timidezza, per paura, per una forma distorta di gestione delle emozioni».
Come vi siete accostati all’esperienza degli Alcolisti Anonimi?
G: «Alla fine ti rendi conto che non puoi più andare avanti. Sapevo di “A.A.” e quando è venuto il momento ho chiamato. Avevo paura e invece ho trovato gente come me. Ho conosciuto il metodo dei “Dodici Passi”, che ti portano a lavorare su te stesso. La condivisione aiuta molto. Ha funzionato. Il segreto fondamentale è stare lontano dal primo bicchiere, quello che frega».
S: «La prima volta che ho chiamato “A.A.” ero ubriaco. Chi mi ha risposto mi ha detto subito: “Anch’io sono alcolista”. Questo mi ha attratto subito. Mi sono piaciute le testimonianze delle persone che parlavano non come si fa al bar, a chi grida di più? Ho pensato: “Voglio sorridere come loro”. Sorrisi così non li vedevo da anni. Non è detto che entrando si smetta, ma il desiderio diventa diverso. Io ho smesso quella sera stessa. Mi hanno dato un opuscoletto, l’ho letto e non ho capito niente, ma quella notte ho letto quello. Sono stati decisivi l’appoggio morale di tutti gli altri, le loro telefonate: “Hai già fatto colazione?”? e il fatto che “A.A.” non impone, ma suggerisce. Il motto è: “Per ventiquattr’ore” e si va avanti così, di ventiquattr’ore in ventiquattr’ore».
Qual è il primo passo per uscire dal tunnel?
G: «Negli ultimi anni io consumavo vodka dalle 7 del mattino. Bevevo quella perché è trasparente, la travasavo in bottiglie di acqua minerale illudendomi che nessuno se ne accorgesse: un lavoro stressante? Un mattino ho bevuto, ho vomitato nel lavandino e subito ho ribevuto. In quel momento mi sono chiesto: “Ma cosa sto facendo?”. Ecco, quello è stato per me lo stacco».
S: «È decisivo toccare il fondo. Io avevo già tentato per tre volte di suicidarmi. La mia vita era quella? Con il senno di poi, posso dire che ero stufo di sopravvivere in quel modo, di bere e di vomitare?».
E la difficoltà maggiore qual è stata?
G: «La dipendenza fisica dall’alcol, il tremore che scuote il corpo, soprattutto nei primi giorni. C’era ed era forte. Però non mi sono più sentito solo. Già l’indomani dal mio ingresso in “A.A.”, qualche amico mi ha telefonato per chiedermi come andava… Siamo come un gruppo di naufraghi che quando la nave affonda si aiutano per salvarsi la vita».
Come si consolida la tenuta rispetto alla dipendenza?
S: «Con l’aiuto reciproco. Io penso che “A.A.” funzioni perché è nata da alcolisti: un medico e un operatore di Borsa ubriachi, che si sono aiutati e hanno tirato mattina senza bere. E si sono detti: “Vuoi vedere che abbiamo trovato la strada giusta?”. L’alcolismo è una malattia, come il diabete, ma per la società non è così. Spesso nasce dall’incapacità di gestire emotivamente le situazioni in modo sobrio. È la punta dell’iceberg di altri problemi».
C’è un consiglio che vorreste dare a chi è schiavo dell’alcol?
G: «Prendere il telefono e chiamare “A.A.”. Risponde un alcolista. È una persona che ha avuto gli stessi problemi. Non abbiate paura».
S: «Sentire altre persone aiuta e provare non costa nulla. Il mio consiglio è di fare un giro nei gruppi di “A.A.”, magari per un po’ di volte. A me la frequenza alle riunioni aiuta tuttora: mi tiene allenato per le mie ventiquattr’ore?».

Marco Guggiari

Nella foto:
Chi è preda dell’alcolismo nega anche a se stesso questa malattia
13 maggio 2014

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